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L’obiettivo è veicolare, in modo interattivo tutti i contenuti prodotti dai media della Cei

Don Maffeis: «Settimanali cattolici, presidio da salvaguardare»

di Davide Imeneo 02/06/2019

«Occorre reagire alle calunnie, ma per farlo serve raccontare le bellezza di una Chiesa che si fa prossima», parola di don Ivan Maffeis, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali e sottosegretario della Conferenza episcopale italiana. Don Maffeis è stato a Reggio Calabria per la formazione dei sacerdoti. Lo abbiamo intervistato.

Quale futuro per i media cattolici?
Oggi le nostre Chiese sono chiamate a fare dei progetti sostenibili. Non è certo il tempo di costruire delle «cattedrali nel deserto». Il grande obiettivo è quello di essere prospettici, di guardare avanti. Laddove ci siano queste intuizioni, allora è un dovere sostenerle.

Una prospettiva che passa necessariamente dalla logica “multicanale”?
La tecnologia ci mette a disposizione la possibilità di un’interazione reale. Troppe volte ciascuno tende a curare il proprio orto. La strada invece è quella della contaminazione: occorre lavorare insieme. Ogni realtà deve assumere come un modello sinodale. Bisogna ragionare da editori. Non è possibile che la Cei abbia tanti strumenti e non riesca a metterli insieme per veicolare i contenuti della comunicazione cattolica italiana.

Il «centralismo» non rischia di soffocare le piccole realtà di provincia?
Al contrario: dobbiamo evitare il “localismo”, però il locale è vitale ancor più per il nazionale. La forza del territorio è la grande ricchezza per le Comunicazioni sociali.
 
C’è, quindi, ancora uno spazio “mediatico” per la Chiesa?
Nel nostro Paese si è diffuso un linguaggio litigioso e volgare, in questo contesto serve uno sguardo diverso. I settimanali cattolici rappresentano un presidio che va difeso e diffuso: la Chiesa ha ancora una grande credibilità, come testimonia la scelta dell’80% degli italiani di firmare per l’8xMille.

Eppure non mancano le difficoltà: c’è la sensazione che tanta gente non aspetti altro che leggere una notizia contro la Chiesa, anche quando questa risulti poi essere falsa.
Qualunque scandalo legato a un sacerdote, sia relativo alla sfera sessuale o all’amministrazione dei beni, ha una risonanza enorme. Però non dobbiamo avere un atteggiamento di chiusura. Anzi, la comunicazione è un ambiente che va abitato, in quanto trasversale a tutta la Chiesa: mi riferisco alla carità, alla liturgia, all’annuncio. Il fenomeno delle fake news si combatte soltanto raccontando l’impegno ecclesiale quotidiano.

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