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La diocesi calabrese ha ricordato l'anniversio evidenziando il cammino ecclesiale che si sta svolgendo col presule pugliese

Cassano festeggia i quattro anni dall'ingresso del vescovo Savino

di Redazione Web 04/06/2019

di Pietro Groccia - È molto bella la tradizione cristiana che vuole che in ogni anniversario la comunità si raccolga in preghiera celebrando l’Eucaristia per lodare e per ringraziare colui che del tempo ne è il Signore.

Sì, è un nostro dovere, oltre che un bisogno del cuore, lodare e ringraziare Colui che, eterno, ci accompagna nel tempo senza mai abbandonarci e sempre veglia sull’umanità con la fedeltà del suo amore misericordioso. Così faremo anche stasera per la fausta circostanza del quarto anniversario dell’ingresso nella diocesi di Cassano allo Jonio del vescovo Francesco Savino. Non manca di suscitare dentro di noi un altro motivo di stupore il mistero della visitazione di Maria che oggi la Chiesa ci fa celebrare in concomitanza con l’anniversario di ingresso. Quattro anni sono già piccolo cammino guidato e sostenuto dal nostro Pastore che ha comunicato a tutti la bellezza della fede, la forza profetica dei segni della carità e il coraggio di sperare.

Al di là di ogni retorica da cui possiamo lasciarci coinvolgere, tale accadimento ci fa sperimentare che fra provenienza e avvenire, il tempo è avvento sempre nuovo, istante in cui si riflette l’eternità come origine e come patria nella fugacità fragile del divenire delle creature. Allora, per vivere degnamente il tempo bisogna entrare nell’ottica che Dio è la misura del tempo, perché la Bibbia inizia quando comincia il tempo, con la creazione del mondo; finisce quando finisce il tempo, con l’Apocalisse.

Questi estremi abbracciano e racchiudono la storia umana, descritta con i nomi simbolici di Adamo e di Israele, e spiegata alla luce del mistero dell’incarnazione del Cristo. Il filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel interpretando il senso del tempo afferma: “È nella dimensione del tempo che l’uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione, un Inizio, che schiude nuove vie per le realizzazioni ultime. Il tempo è la presenza di Dio nello spazio, ed è nel tempo che noi possiamo sentire l’unità di tutti gli esseri” . Le molteplici ragioni della nostra gratitudine le riassumo così: “I frutti del suo ministero hanno già superato le promesse dell’attesa”.

Quattro anni interessanti quelli di mons. Savino, che andrebbero raccontati nei minimi particolari ma soprattutto compresi nelle coordinate ermeneutiche del suo esemplare impegno intellettuale e pastorale. Le cellule germinative di questo percorso vanno ricercate nel suo spirito di orazione. In qualche modo, sembra prendere alla lettera l’espressione di Evagrio Pontico: “Chi è cristiano prega e chi prega è cristiano”. Preghiera, quella di mons. Savino, da intendere soprattutto come contemplazione sostanziata dalla parola di Dio. È Agostino sviluppa l’intuizione grandiosa del tempo proprio come dimensione dell’interiorità, in cui si riflette il movimento dell’amore eterno.

Sì, Dio è in verità, per il nostro amato Pastore, silenzio e parola. La Parola di Dio resta inscritta nel suo grande silenzio e in esso trova la propria origine e la propria leggibilità. Un pastore dunque ma anche un dottore in cui intelligenza e santità si compenetrano come è avvenuto nei grandi geni cristiani dell’epoca patristica. I suoi scritti e alcune sue intuizioni rivelano il suo essere profeta di Dio e amante dell’umano. La Sua non è una profezia emotiva, quanto un oltre-passamento del percettibile per un approdo nel definitivo. Il percorso da lui privilegiato per accogliere nella fede il disvelamento di Dio, infatti, è l’itinerarium hominis in Deum, parafrasando così l’assioma bonaventuriano. I suoi gesti non sono mai palliativi, ma tendono a cambiare le situazioni che gli passano accanto. Infatti, nella sua quotidianità non c’è superficialità, né retorica, ma tutto è riferito all’Amore che ispira la sua offerta, i suoi pensieri, le sue opere. L’attenzione all’altro implica sempre un esodo, un’iniziativa, una fuoriuscita dal privatistico. Savino è apprezzato perché uomo per gli altri, che dedica il suo tempo al bene degli altri. Ed è nella prospettiva categoriale del personalismo neoebraico – Buber, Rosenvveig, Lévinas e Jonas – che cerca di approfondire la problematica del tempo come relazione con l’altro o “relazione amativa” come direbbe il grande Antonio Rosmini. Secondo Savino, infatti, è il volto dell’altro che detta i ritmi del tempo. Emerge qui lo stile di un “episcopato” dialogico che rinviene la propria anima nella reciprocità, che profila una nuova cultura che si traduce nella differenza qualitativa della fede, nell’esperienza del discepolato e nell’etica della visitazione.

Il progetto della Visitazione, infatti, esprime non solo la cifra del suo episcopato, ma il senso della sua vita. Il «sì» a Dio della Vergine si traduce nel «sì» all’uomo di mons. Savino. Il gesto emblematico di Maria – per Savino – rompe l’ambiguità del tempo e dello spazio della liberazione-salvezza intesi nell’intimità della propria spiritualità, nel momento in cui finisce il tempo della legge e comincia il tempo del dono e della gratuità. L’episcopato per Lui non è interpretato come un fatto gratulatorio o una chiamata ascensionale, ma come evento scomodante, che richiede un abbassamento verso le sofferenze del mondo. Vescovo – avverte l’Apostolo – è colui che “veglia”, cioè si prende cura, si dedica, si preoccupa di sé e del gregge, con la premura del custode –, appunto – e con lo zelo del pastore, sapendo di essere originale strumento del grande dono dell’amore di Dio, rivelatosi nel sangue del suo Figlio.

Vescovo è, poi, colui che “vigila”: attento, pronto a cogliere i segni, ma ancor prima i presagi e gli indizi, di ciò che accade o sta per accadere; e per questo capace – come Savino sa fare – di scorgere le tracce del passaggio di Dio, ma anche le ombre che possono abbattersi sul gregge; e dunque sollecito a esortare, ad ammonire, a orientare. Nel Suo servizio a vantaggio della Chiesa di Dio che è in Cassano All’Ionio ci sta insegnando a spingere lo sguardo oltre le contingenze, spesso anguste e non raramente sterili; a cercare un respiro più profondo rispetto ai semplici disegni organizzativi; a dare proiezione al nostro impegno prendendo rincorsa dalla storia e insieme guardando coraggiosamente in avanti; soprattutto, a orientare ogni giudizio e ogni scelta al mistero della persona di Cristo. Il cristianesimo – per il nostro – è escatologia dal principio alla fine, e non soltanto in appendice: è speranza, è orientamento e movimento in avanti e perciò è anche rivoluzionamento e trasformazione del presente. Il nostro atteggiamento dev’essere di chi considera tutto sub specie aeternitatis, cioè in relazione al fine ultimo. Si deve guardare allora soprattutto al termine del cammino, cioè alla Gerusalemme celeste e tutto il resto viene visto in questa luce. Allora tutto, sia le vicende liete o tristi di questa terra, anche le più significative, appaiono come penultime rispetto al bene e alla meta ultima e in qualche maniera impallidiscono di fronte al mistero “della gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,16).

Grande è pertanto, la riconoscenza per il lavoro svolto, mentre spontaneo è il desiderio di tradurre questo nostro sentimento in fervente orazione, invocando da Dio la copiosa ricompensa che Lui solo sa e può dare. I quattro anni già trascorsi hanno il timbro di chi vive i giorni feriali col cuore della festa, e fa dell’attimo donato anticipo d’eterno. Pertanto, concludendo, il mio augurio che si fa preghiera è il seguente: Ella, possa essere sempre più nella fedeltà del tempo che passa mendicante dell’eterno che non passerà mai.

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