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Il vicepresidente nazionale è stato critico rispetto alle ultime novità introdotte dal Governo in tema di welfare: «Serve creare reti con chi opera»

Banco Alimentare, Oliva: «Modello di sussidiarietà solidale»

di Federico Minniti 05/06/2019

Trent’anni di Banco Alimentare «portati benissimo». Ne abbiamo parlato con Antonio Oliva, vicepresidente della Fondazione omonima, in occasio dell’iniziativa dello scorso 24 maggio a Palazzo Campanella per celebrare l’anniversario della attività solidale.

Banco Alimentare, sono già passati trent’anni dai primi passi. Quali le sensazioni?
Sono 30 anni portati benissimo, ma con un impegno che non è sufficiente rispetto alla domanda che arriva dai poveri. Ci sono cinque milioni di cittadini che ogni giorno fanno fatica ad alimentarsi. Come Banco Alimentare, quotidianamente, ci stiamo adoperando per recuperare sempre più alimenti grazie all’opera dei nostri volontari per farli giungere ai bisognosi attraverso le tantissime strutture caritative convenzionate. La sensibilità delle persone, però, deve aumentare: non tutti hanno attenzione al cibo, sprecando prodotti di assoluto valore. Se si mette il cuore nel fare del bene, allora l’esempio del Banco Alimentare non può restare sporadico.

Nella lotta alle disparità, vi ritrovate a fronteggiare anche quella tra le realtà del Nord e quelle del Sud.
All’interno della nostra rete, però, esiste un reale principio di sussidiarietà. Quando un Banco regionale, come quello della Lombardia, si può permettere di trasferire una quotaparte lo fa con grande disponibilità, come accaduto proprio sull’asse Milano– Reggio Calabria giusto per fare un esempio. Certo, accanto a questo mutuo aiuto, va implementato sul territorio il concetto di sinergia tra gli attori che operano per generare un’ulteriore disponibilità. Bisogna instillare la logica che prima dell’opzione–discarica c’è quella solidale del Banco Alimentare.

Un’emergenza trasversale è quella dello spreco alimentare di cui manca una buona educazione, già a livello familiare.
In tutte le nostre occasioni pubbliche cerchiamo di lanciare un messaggio che possa «far cultura». Abbiamo in atto un protocollo con il Ministero della Pubblica Istruzione e della Ricerca col quale possiamo andare nelle scuole per educare i ragazzi a rispettare gli alimenti. È un processo lento, soprattutto, rispetto alla mole immensa dei due milioni di alimenti che le famiglie italiane sprecano ogni anno.

Eppure ad Expo Milano era il grande tema. Come mai è uscito fuori dall’agenda politica?
Da sempre abbiamo un ottimo rapporto col mondo istituzionale, ottenendo importanti risultati come la legge 166 del 2017, detta legge “Gadda”, costruita in un’ottica di grande collaborazione col Banco Alimentare. Non bastano, però, soltanto le normative. Registriamo come il welfare italiano sia orientato in una direzione di cui siamo consapevoli sia una risposta non adeguata né completa rispetto alle reali esigenze del territorio. Non credo che la povertà possa essere debellata con le misure messe in atto, ma va affrontata aumentando le sane relazioni con quanti fanno un autentico welfare a misura di cittadino.

La Colletta Alimentare è una delle anime per il volontariato. Soprattutto quello giovanile.
Personalmente ho sperimentato quindici anni da volontario proprio col Banco Alimentare. Appena ci si mette in gioco è evidente che fare del bene agli altri è molto migliore che fare del bene a sé stessi. Il gesto di essere prossimi agli altri è quello che ti arricchisce di più.

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