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Una docente, registro in mano, racconta l’esperienza nella doppia veste di genitore e insegnante

«Insegnare, che gioia!», il fine anno scolastico di una prof

di Redazione Web 18/06/2019

di Sabrina Frisina * - Insegnare, lasciare un segno. Quale grande responsabilità si cela dietro questa professione, spesso sottovalutata e screditata da un comune senso di sfiducia e diffidenza. Eppure di fronte agli sguardi degli alunni, intenti a cercare differenti verità, non ho mai percepito il mio mestiere come una semplice migrazione di conoscenze, né ho mai pensato di dover riempire di informazioni dei contenitori. Così come nel quadro “Incredulità di San Tommaso”, la luce rivelatrice di Caravaggio, permette di toccare con mano la verità di un dogma, i giovani adolescenti presteranno ascolto alle mie parole, solo quando la coerenza della mia vita e del mio agire scolastico, rivelerà loro che credo in quel che faccio e in quel che dico, che conoscere questi argomenti, la loro collocazione storica, il significato e l’esegesi, ha trasformato la mia vita ampliando enormemente la possibilità di scegliere. Lasciare un segno suscitando interesse, accendendo entusiasmo, rivelando gli aspetti profondi che si celano sotto la superficie di ogni cosa. Come genitore, mi rammarico di non aver raccontato molte favole ai miei figli e noto che tra gli alunni, molti non hanno avuto questa possibilità.

Tanto come madre che come insegnante, la capacità di rendere lo studio non un obbligo ma un’esigenza, passa dalla credibilità della propria testimonianza costante. La mia esperienza di insegnante non si disgiunge da quella di madre, in entrambi i casi, occorre (è necessario come un bisogno primario) trasmettere ciò in cui si crede, sperando di stare in una volontà superiore, senza scandalizzare nessuno. Il tutto accompagnato dal potere dell’affabulazione, dalla gioia della condivisione, dall’entusiasmo per la conoscenza. Mi sento osservata dai figli come dagli alunni, non come modello da emulare, ma come chi con autorevolezza (non già autorità), rende attuabili le regole e la disciplina necessarie allo studio. Se in classe propon- go la regola del silenzio e del contatto visivo durante le spiegazioni e dell’alzare la mano per poter parlare, per evitare di sovrapporsi al compagno, so di poterne chiedere il rispetto se anch’io la pratico con costanza. I ragazzi guardano il nostro agire e il comportamento tra adulti. Se metto in discussione ciò che gli insegnanti dei miei figli hanno trasmesso loro, so di creare in loro incertezza e dubbio. “Chi avrà ragione?” si chiederanno. “Di chi possiamo fidarci?”.

Anche se non condividessi ciò che viene insegnato o il metodo di studio, posso offrire altre possibilità senza discreditare. La nostra società liquida, senza chiari punti di riferimento, sta creando ragazzi fragili e insicuri. Mi ritrovo ad attraversare questa liquidità in bilico su un legno chiamato “Speranza e fede” ed elargisco con “Carità”, fin tanto che le forze me lo consentono, dei salvagenti ai giovani naufraghi.

* docente

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