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L'assistente ecclesiastico nazionale dell’Ac si è soffermato sui santi Giuseppe, Giovanni e Filippo, quali esempi evangelici da seguire

Monsignor Sigismondi: «Azione Cattolica, lievito di fraternità»

di Redazione Web 02/07/2019

di Gualiero Sigismondi * - Giuseppe, lo sposo di Maria, Giovanni, il precursore di Gesù, e Filippo, uno dei sette diaconi, formano un “trittico” che, visto nel suo insieme, consente di tracciare il ritratto dell’assistente di Azione cattolica. Giuseppe, «uomo giusto», insegna a muoversi con discrezione e attenzione, virtù che un assistente di Ac deve avere nella “bisaccia” che ha in dotazione, essendo chiamato a camminare a fianco e al passo della presidenza. Giovanni Battista, «uomo giusto e santo», è una figura che stimola un assistente di Ac ad accostarsi agli educatori con mite fortezza, facendo maturare sia la coscienza della grandezza della loro vocazione, sia la consapevolezza del limite della loro missione. Filippo, «uomo pieno di Spirito santo e di sapienza», ha molto da dire alla «famiglia bella e grande» dell’Azione cattolica, impegnata a ripensare lo stile e i metodi della missione. È opportuno, pertanto, concentrare l’attenzione su Filippo, prestando l’orecchio al suo dialogo con quel sovrintendente etiope che, «seduto sul suo carro», muove i primi passi del pellegrinaggio della fede. La premura con cui Filippo, sollecitato da un angelo e spinto dallo Spirito, si avvicina al funzionario di Candace manifesta la sua capacità, da una parte, di riconoscere che in ogni strada c’è una corsia che conduce a Dio e, dall’altra, di intercettare in ogni dimensione umana un’attesa che la speranza cristiana è chiamata ad allargare. Filippo si inserisce, «con dolcezza e rispetto», nella sete di verità che inquieta il cuore di quell’uomo: non lo blocca ma lo affianca e, «udito che leggeva il profeta Isaia», gli chiede: «Capisci quello che stai leggendo?». La risposta giunge immediata – «Come potrei capire, se nessuno mi guida?» – insieme all’invito «a salire sul carro e a sedere accanto a lui», per aprirgli la mente all’intelligenza delle Scritture: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo?». Filippo non è preoccupato di indottrinare l’eunuco, ma di far leva sulla sua «profonda nostalgia di Dio». Strada facendo, Filippo manifesta il desiderio di essere battezzato. Il «rito di immersione e di emersione», sigillato dall’azione dello Spirito, concede al sovrintendente etiope la gioia di proseguire il cammino e a Filippo la grazia di essere «rapito» e portato prima ad Azoto e poi a Cesarea.

Lo stile con cui Filippo compie la sua missione manifesta la sua prontezza, la sua delicatezza e la sua fortezza; si tratta di virtù che non possono mancare nel “corredo” degli assistenti di Azione cattolica, chiamati a offrire il proprio contributo al discernimento pastorale e, soprattutto, all’accompagnamento spirituale. Essi non sono né supplenti dei responsabili dell’associazione, né organizzatori della vita associativa, ma presbiteri che, testimoniando il primato della cura della vita interiore, invitano a intrecciare in maniera così stretta, da essere inestricabile, il Vangelo e la vita. Il servizio degli assistenti è quello di aiutare a cogliere il valore spirituale della vita associativa, il suo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, il suo orientamento a stimolare una partecipazione vigile alla vita civile. La loro presenza, segno del- la cura del vescovo per l’associazione, è tanto più incisiva quanto più essi, liberi da ogni preoccupazione di ruolo, vivono il loro servizio come «collaboratori della gioia dei fratelli », consapevoli che la forza formativa dell’associazione non sta tanto nella riuscita delle iniziative, quanto nella qualità delle relazioni fraterne che in essa si vivono.

«L’Azione cattolica – diceva provocatoriamente monsignor Luigi Maverna, già segretario generale della Cei negli anni ‘70 – è obbligatoria per i preti e facoltativa per i laici». La storia insegna che l’AC è sempre stata, per i fedeli laici, una “casa e una scuola di comunione”, con specializzazione in sinoda-lità, e un laboratorio di formazione permanente per i presbiteri, un vero e proprio master che educa ad ascoltare, a fermarsi sulla soglia della penultima parola. Sedere alla destra del presidente e intervenire con sapiente misura è una pratica ascetica che mette l’assistente al riparo dall’insidia di occupare il primo posto. Se si volesse usare un’immagine, si potrebbe dire che, in Ac, il compito del presidente è paragonabile a quello del comandante di un’imbarcazione, mentre la funzione dell’assistente è assimilabile a quella della vedetta. Se il presidente tiene in mano il timone, osservando la bussola, l’assistente tiene d’occhio il sestante, che rileva la posizione della nave; se il presidente segue la rotta delle convergenze, l’assistente scruta la mappa delle tangenze; se il presidente cala le reti per la pesca e le tira a riva, l’assistente le lava e le riassetta. In Ac tanto il presidente quanto l’assistente hanno un compito di vigilanza, che può essere assolto solo come un’opera collettiva, finalizzata sia ad accompagnare la vita degli aderenti, sia ad essere «lievito di fraternità». L’Ac ha bisogno di assistenti che preghino e insegnino a pregare, disponibili a lasciare il sagrato e la piazza ai laici, per presidiare piuttosto l’altare e il confessionale. L’assistente di Ac deve accompagnare con discrezione e risolutezza la vita degli aderenti, senza sostituirsi ad essi, ma illuminando la loro coscienza che è il perno, il centro di gravità della pratica educativa. L’assistente di Ac deve semplicemente fare il prete.

* assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana

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