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Il neo-sacerdote si racconta a L'Avvenire di Calabria a pochi giorni dalla sua ordinazione

Don Antonio Ielo: «Cercherò di vivere secondo il cuore di Dio»

di Davide Imeneo e Federico Minniti 03/07/2019

«L'importante è giocarsi la vita e farlo per gli altri». Gli occhi di don Antonio Ielo sprizzano ancora gioia da tutti i pori: l'ordinazione sacerdotale dello scorso 29 giugno, gli ha cambiato l'esistenza. Lo abbiamo intervistato pochi giorni dopo.
 
Da sabato sacerdote, raccontaci le emozioni di questi giorni.
È un'operazione complessa, quella di condensare, in poche parole, quello che sto vivendo: proverò a riassumere questo emozione con un percorso «per immagini». Partendo da venerdì, la sera della Veglia di preghiera, che posso definire il momento in cui ho vissuto l'emotività più alta: ho dovuto rivedere la mia storia e questo è stato difficile da gestire. Poi il sabato, il giorno dell'ordinazione, è stato il giorno della gioia: sono arrivato con molta «sana inquietudine» perché stavo per accogliere un Mistero molto più grande di me. Infine, domenica - la celebrazione fatta nella mia parrocchia d'origine - ho riconosciuto tanta tenerezza attorno a me: ho visto la mia comunità che ha atteso il dono del mio sacerdozio.
 
Quanto è difficile - nella società di oggi - vivere in pienezza la propria spiritualità?
Ho avuto un cammino di fede abbastanza travagliato: dopo la Cresima, mi sono completamente allontanato dalla Chiesa. Nel frattempo la mia vita è andata avanti: avevo i miei amici e il mio lavoro ed ero contento di tutto questo. Crescendo, però, inizia a chiedere di più alla tua vita. Tutto è nato dalla necessità di voler cercare qualcosa di bello per la mia esistenza: una gioia che venisse da dentro e che dicesse agli altri chi ero. Piano piano, ho capito che tutto questo lo trovavo soltanto in quel Gesù che avevo evitato per tanti anni. Ho ricominciato ad andare a messa. Un giorno, il sacerdote ha dato il classico avviso parrocchiale: «Se qualcuno volesse dare una mano, venga a trovarmi». In quell'invito c'ho visto molta Provvidenza ed è iniziato tutto da lì: dal volontariato alla casa di riposo sino al mio ingresso in Seminario. Quando tu capisci che una cosa è importante per la tua vita, non la devi lasciare scappare: vale nella vita di coppia, così come nella ricerca vocazionale. Forse ci vuole un po' di «sana incoscienza».
 
Come immagini il tuo percorso al servizio della Chiesa?
Cosa mi aspetto dal domani? Spero di poter far bene: cercherò di vivere secondo il cuore di Dio. La mia è una scelta di vita consapevole che mi richiede tantissima responsabilità. Giorno dopo giorno sto scoprendo le piccole emozioni del celebrare la Messa o il confronto con le persone che si avvicinano a me. Personalmente ho due santi che accompagnano la mia spiritualità: san Luigi Orione e san Filippo Neri. Di san Luigi apprezzo il grande amore per gli emarginati, soprattutto la bellezza delle sue "perle", i disabili. San Filippo Neri che è sicuramente il Santo della Gioia: amava i bambini e i ragazzi. Il suo sorriso non era dettato soltanto dal suo carattere gioviale, ma veniva dall'amore per la sua scelta di vita.
 
Immaginati che un giovane domani venga a dirti che avverte la Chiamata al sacerdozio, tu cosa gli consiglieresti?
Anzitutto: non avere paura. I tempi di Dio non sono i nostri, ma Lui porta sempre a compimento l'opera che ha iniziato. Consiglierei di vivere intensamente la vita sacramentale, soprattutto la Riconciliazione e l'Eucarestia: in quei momenti Gesù è "solo" per te. Partendo da questo passaggio di discernimento individuale, però, l'importante è giocarsi la vita e farlo per gli altri.
 
Allargando lo spettro della riflessione: quella di oggi è davvero una «gioventù bruciata» come viene descritta?
Sicuramente c'è una società che aiuta i ragazzi a vivere lo loro interiorità: la cultura del «tutto e subito» porta proprio a questo. Ci sono ragazzi che hanno davvero grandi desideri di pienezza nel cuore. L'importante è intercettarli e capire che ciascuno può sognare qualcosa di grande nella propria vita. Non è un cammino facile, però siamo chiamati a essere segno di contraddizione.
 
Infine, il tuo ricordo più bello dell'esperienza del Seminario.
Le relazioni. In questi anni ho avuto modo di vivere diverse relazioni, ma uscendo dal Seminario vedere l'affetto dei miei compagni e dei miei formatori, mi ha fatto capire quanto sono stato al 100% me stesso all'interno di questa esperienza. Sicuramente non è stata una parentesi formativa, ma parte integrante del mio percorso vocazionale.
 

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