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La scelta volontaria di non avere figli è giunta nel Belpaese. Una tendenza molto in voga: a rischio, però, sono i valori

Famiglia moderna. La non-vocazione dei «child-free»

Spesso la decisione viene avvolta dietro il civismo e le lotte sociali più nobili come la cura della natura

di Redazione Web 04/07/2019

di Giorgio Sottilotta * - Ma che cos’è l’universo childfree (liberi dai/senza bambini/figli?) Questa tendenza è entrata così tanto in profondità da dare vita a un vero e proprio movimento, anche in Italia. Ci si definisce childfree per questioni ideologiche: è il caso di quelle donne che, sentendosi minate nella loro dignità, vogliono dimostrare che la donna nella società non va identificata solo in relazione alla riproduzione. Per questioni sociali: è il caso di donne o coppie che vedono nel figlio un possibile ostacolo alla carriera, o sempre di coppie che vedono nel figlio una privazione della propria libertà e autonomia, un vincolo per esempio al viaggiare o al fare sempre nuove esperienze. Ci si definisce childfree per motivi biologici perché, come sostengono alcune donne, «il mio orologio biologico non ha mai ticchettato»; o perché, come hanno sostenuto altri, subentrerebbe una presunta predisposizione genetico–evolutiva selezionatasi naturalmente nella società contemporanea; o, ancora, perché non si “sente” il desiderio di diventare papà e mamma. Per motivazioni biografiche, dettate da un’infanzia infelice o da un cattivo rapporto con i propri genitori e, a volte, da una visione pessimistica della vita e dell’esistenza, vista più come punizione e dolore che come dono. Non sono mancate, all’interno di questo movimento, persone che per fedeltà al loro proposito hanno letteralmente scelto di non poter scegliere più, praticando la sterilizzazione. Un gesto che la dice lunga sulla pervasività di questo stile di vita che nelle nostre città ha promosso anche la nascita di centri ricettivi (pizzerie, ristoranti, hotel, centri benessere e villaggi turistici) in cui è vietato l’accesso ai bambini.

Di fronte al diffondersi del movimento childfree, senza avere risposte definitive, mi pongo alcune domande: si tratta, anche in questo caso di una lotta portata avanti nel nome di una presunta libertà concepita, ancora una volta, come assenza di ostacoli nell’attuare le proprie decisioni? Se così fosse, non sarebbe opportuno domandarsi se questa specifica richiesta di libertà sia coerente con l’essere persona (quale ciascuno di noi è)? Ancora prima di capire se sia giusto o meno, mi chiedo, è sensata (possibile e salutare) per l’uomo questa continua ricerca di libertà senza ostacoli? L’essere persona, che porta con sé l’essere–in– relazione, l’essere–responsabile, l’essere–di– fronte–ad–un–altro, è conciliabile con questa ricerca di libertà che chiede l’essere–solo– per–sé, l’essere–senza–preoccupazioni, l’essere–solo–di–fronte–a–sé–stesso? In sostanza, è possibile che questo stile di vita che avanza, caratterizzato dalla “ricerca dell’assenza” (senza–Dio – secolarismo –, senza– pensieri – hakuna matata –, senza–figli – childfree) non sia anche il progressivo venire meno dell’essenza stessa della persona (con tutto ciò che comporta) e il progressivo accrescimento di un individualismo che fa rima con egoismo, ateismo, solipsismo, pessimismo? E dunque, è possibile una società (ancor prima che una comunità) di tal fatta? Se questa mentalità avanza, avranno ancora senso i pro–getti politici, le campagne planetarie per il clima, le lotte sociali? Se tutto si esaurisce nella mia sfera di interessi privati è ancora utile lottare per un miglioramento a– venire (per il clima, contro la povertà, per il lavoro)? Se molte cose che facciamo le facciamo per le cosiddette generazioni future, per le persone childfree ha senso lottare per questi propositi se il migliore dei mondi possibili è quello senza–bambini?

Mi sembra che pensare childfree sia come pensare senza prospettive, pensare senza pro–gettare, vivere senza futuro, in un eterno presente abitato solo da me e in cui non c’è spazio per gli altri. Credo che pensare childfree sia proprio un non–pensare, un non–progettare. Penso che childfree sia un modo per non prendere sul serio se stessi e la vita, evitando la preoccupazione di fare chiarezza con se stessi sulla propria vocazione. Già, vocazione. Si può essere childfree per vocazione? Si può parlare di vocazione quando si fa riferimento ad una non–vocazione? O perlomeno, ha senso farlo? Ha senso parlare di una vocazione alla non–genitorialità? Ha senso identificarsi quindi in un “non–qualcosa” o in un “non–qualcuno”? In questo, mi sembra, che l’essere childfree manchi di qualcosa. Manchi di un vero contenuto.

Nella storia sono sempre esistite persone che non hanno mai mostrato la volontà di avere figli e che hanno pienamente realizzato la propria vita perché convinti che quello che stavano facendo era frutto della propria e personale vocazione. Abbiamo conosciuto persone vocate alla politica, alla scienza, al servizio, al volontariato ecc. E ciascuna di queste persone si è identificata pienamente nella propria vocazione, nel proprio essere–qualcuno, anche senza aver generato una nuova vita. È dunque ovvio che la genitorialità non è di certo l’unica vocazione possibile. Quindi: perché invece di identificarsi in ciò che si è, oggi alcune persone scelgono di indentificarsi in ciò che non–sono o, addirittura, in ciò che non–hanno–fatto o in ciò che non–faranno? Perché invece di identificarsi in donne e uomini vocati alla propria e originale vita si sceglie di identificarsi come childfree?

* docente di filosofia

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