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Regionalismo, quanti rischi per il welfare

I dubbi del mondo cattolico su una norma che rischia di incentivare la divisione del Paese a doppia velocità Le diffidenze riguardano soprattutto politiche sociali istruzione e occupazione

di Antonino Pangallo 08/07/2019

L’attuazione del regionalismo in Italia pone tante domande al mondo cattolico e chiede un maturo discernimento alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Particolarmente siamo chiamarti a chiederci come declinare nella nuova situazione il principio di sussidiarietà.

Lo stato unitario, pur con dei limiti, era nato come entità capace di contenere valorizzando le esigenze locali. Oggi assistiamo ad una spinta esattamente opposta. Il rischio concreto è incentivare un’Italia a più velocità. In questa direzione, il bisogno delle regioni del centro-nord di superare la crisi stride con la presenza di un sud, percepito quasi come una zavorra.

Forse oggi sarebbe opportuno ripensare alla questione meridiona-le, ma alla luce della nuova situazione europea e mondiale.

Le società civili meridionali dovrebbero essere aiutate a maturare strade nuove di sviluppo, nella consapevolezza della resistenza apportata da una politica debole e dalla forza frenante delle tante mafie. Uno dei nodi è la capacità di esprimere un pensiero politico che sappia pensare alla nuova Europa, al Mediterraneo come opportunità, alla globalizzazione in rapporto all’Africa. Utopia forse? Ad un secolo dall’appello ai liberi e forti di don Sturzo, urge scendere in campo, non limitandosi a dire con Paolo VI che «la politica è la forma più alta di carità » ma è necessario uscire dalla palude con un laicato che sappia osare politicamente.

Oggi i settori verso i quali sarebbe opportuno verificare la riforma regionalista in cantiere sono particolarmente tre. In primo luogo il welfare. Lo Stato sociale, frutto di un cammino di decenni, ha il fine di garantire a tutti i cittadini gli stessi diritti. Sembra di assistere ad una vera e propria smobilitazione. Oggi curarsi sta divenendo un lusso. La diminuzione delle risorse non rischierà di inceppare ulteriormente il sistema sanitario?

Inoltre, i servizi sociali al Sud sono di gran lunga sottodimensionati. La spesa in Calabria è di circa di venti euro pro capite rispetto alle regioni del nord. Con la proposta di riforma forse vedremo ancora di più confermata la distanza. Trovare un asilo nido, combattere le dipendenze, accompagnare gli anziani rischierà di essere un’utopia.

In secondo luogo vi è il mondo del lavoro. Consegnare più risorse alle regioni con maggiore gettito fiscale non renderà ancora più debole l’occupazione? Forse aumenterà la fuga dal sud in una nuova emigrazione. In terzo luogo vi è la cultura. Un autentico sviluppo verrà dall’investimento in formazione per far crescere competenza ed innovazione. Il sud sta vedendo bruciare intere generazioni. La scuola non rischierà di essere a velocità troppo diverse nel contesto nazionale?

* direttore Caritas Reggio Calabria

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