accedi | registrati | 17-10-2019

Dalle famiglie di Archi che hanno fondato il laboratorio dolciario dentro la parrocchia alla voglia di rivalsa della stilista Sabina

Escogita, uomini e donne pronti a essere «segno di cambiamento»

di Federico Minniti 11/07/2019

Sono uomini e donne, «viaggiatori viaggianti» per parafrasare Ivano Fossati: Gianluca, Nicola, Orlando e Sabina varcano la soglia della nostra redazione con tantissima voglia di raccontarsi.

Per loro, il lavoro, è molto di più di un diritto: è un sogno, un progetto, una rivalsa. Sia che si chiami Erythrà che Sabi Iabi, sia che si occupi di produzione dolciaria che di prototipi d’abbigliamento. Hanno deciso di tuffarsi al 100% in una sfida – ritenuta da tantissimi – impossibile: quella di fare impresa a Reggio Calabria.

A tenere unite delle storie così lontane è il progetto Escogita che li ha colti di sorpresa durante fasi di vita difficili, fatti di mille domande e tanta voglia di partire e abbandonare tutto.

Erythrà, ad esempio, nasce nel quartiere di Archi, periferia a nord al centro storico reggino, e si sviluppa nella parrocchia di Santo Stefano di Nicea, col sostegno di padre Aldo Bolis. Sono cinque famiglie che hanno deciso di essere «segno di contraddizione» per un luogo apostrofato come il rione dei boss. Formano i ragazzi alla pasticceria grazie alla professionalità di Gianluca, che da due anni ci vede poco per colpa di una retinopatia diabetica. Non si è arreso alla malattia ed è il motore di questa “scuola” che opera nel salone parrocchiale. Non solo formazione, però: nel loro progetto c’è la voglia di andare sul mercato attraverso dei prodotti tipici locali, alcuni dei quali saranno “piazzati” a marchio proprio. Serve una sede (potrebbe essere un bene confiscato ai clan?) e irrobustire una rete–vendita che, spiegano, «stiamo iniziando a metter sù».

Sabina, fashion designer e proprietaria della Sabi Iabi, è tornata alle origini. Ha deciso di investire sulla sua creatività, «andando oltre le restrizioni mentali dei percorsi obbligati», a cui spesso una ragazza è sottoposta. Con gli occhi lucidi ci racconta come ha perso tutto, spesso per errori di valutazione, e adesso – grazie a Escogita – si sta orientando sui prossimi passi da compiere. Fare accessori alla moda non è facile, soprattutto nell’estremo sud. Eppure nella sartoria dislocata tra casa sua e quello della mamma (che l’aiuta in tutto e per tutto), sta provando a ritagliarsi uno spazio per far esplodere la propria creatività. «Ognuno di noi ha un percorso, bisogna solo leggere dentro di noi», dice Sabina a cui fa eco Gianluca: «Dobbiamo crederci, vogliamo essere testimoni del cambiamento».

Osservandoli si vedono storie di chi ha deciso di restare, «senza voler giudicare assolutamente chi è costretto ad andare via » , sottolinea Nicola. Stili diversi, ma l’obiettivo è comune: avere la consapevolezza che tanto c’è da fare, ma che un piccolo pezzetto di strada è stato già concluso. Insieme. E con Escogita, la forza comunitaria, è stato proprio quel quid in più per far ripartire sogni, progetti e rivalse di ciascuno di loro.

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