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Stefania Auci è la sorpresa letteraria dell’anno col suo romanzo storico sulla dinastia ''siciliana'', ma partita da Bagnara Calabra

Letterature meridionale. «Il mito dei Florio? È nato dalla fame»

di Redazione Web 20/07/2019

«Chi sono? Una scunchiuruta che fa duecento cose assieme. Sono mamma di due adolescenti, e ci possiamo fare un segno della croce. Insegnante di sostegno all’alberghiero nella zona dei Cantieri navali di Palermo, sempre in mezzo ai ragazzi, e ci possiamo fare un altro segno della croce. E con un marito che lavora spesso fuori… Un rosario posso recitare ogni giorno». Cadenza siciliana, mista fra il trapanese delle sue origini e il palermitano della città dove vive, la scunchiuruta – che dal dialetto può tradursi molto approssimativamente come “sconclusionata”, “svagata”, “senza testa” – è la scrittrice del momento. La sorpresa delle classifiche dei libri delle ultime sei settimane che dà filo da torcere agli ormai fenomeni youtuber (che la Auci non demonizza, anzi «se avvicinano alle librerie e ai libri i ragazzini ben vengano. Fanno cose graziose… ») e concorre con giganti alla Andrea Camilleri («No, per favore non facciamo paragoni che non si possono fare… Io mi metto a tappetino di fronte al maestro…»). Stefania Auci, con I leoni di Sicilia. La saga dei Florio (Nord, pagine 448, euro 18) è il caso letterario dell’anno. Che interroga editori e scrittori. Ma lei – con molta autoironia – resta ben salda con i piedi per terra. «Ci sono i miei figli, Federico ed Eleonora, che mi ricordano sempre che sono soprattutto una mamma; c’è la scuola che mi impegna a tempo pieno e credo rappresenti un luogo fondamentale per la costruzione di una società migliore. Io sono sempre la stessa».

D’accordo. Ma qualcosa sarà cambiato?
«Certo. Questa sorpresa, chiamiamola così, ha cambiato i tempi, i ritmi delle mie giornate. Che erano già piuttosto movimentate, e ora non si capisce niente. Ma non cambia la persona. Ho la fortuna di essere circondata da amici che mi vogliono bene: persone che ci sono state quando scrivevo nell’anonimato e le stesse che mi ritrovo accanto adesso. So che adesso viene il difficile, perché ci sono attese, impegni. Tuttavia cerco di vivere tutto questo con molto distacco. Non stiamo parlando di questioni di vita o di morte. Parliamo di libri. Che sono una cosa bellissima, ma sempre libri sono».

Il suo non è un esordio. Ha alle spalle tanti anni di scrittura. Un altro romanzo prima, Florence (Baldini & Castoldi). E poi tanti testi nel mondo delle fanfiction. Perché?
È un modo interessante per capirsi, grazie al giudizio di lettori appassionati che non sanno niente di te e a cui non interessa neanche saperlo. Ti dicono quello che pensano in maniera molto cruda e senza peli sulla lingua. È un esercizio che mi ha aiutato ad affinare la scrittura. A trovare il mio registro.

Cosa ha provato quando ha visto il suo nome al top della classifica?
Ho pianto. In un misto di felicità e incredulità. Non sto sognando? Mi sono detta. Bedda matri…

Nel tempo delle storie liquide, figlie delle nuove tecnologie, lei è lì con un romanzo storico, pame gine che sembrano d’altri tempi. Strano, non crede?
Prima di essere una scrittrice, sono una fortissima lettrice. Seguo i gruppi di lettura sui social, e c’è un grande ritorno ai classici. Quelli che abbiamo letto a scuola e che allora – presi dagli stili, le analisi, le interrogazioni – non ci appassionavano, ora possiamo apprezzarli nella loro vera grandezza. Io ho riletto tutto Verga. C’è chi torna a Dumas, come c’è un gruppo che sta facendo la rilettura di Proust…

Nell’incertezza di oggi, la forza del passato?
«Il passato batte dentro di me co- un secondo cuore» ha detto John Banville. Il passato è dentro di noi. Mentre scrivevo ho pensato a questa frase. La saga dei Florio è proprio questo: un cuore che pulsa al ritmo di un passato straordinario.

Com’è arrivata ai Florio?
Per una follia. Non per niente dico che sono scunchiuruta. Era il 2015, stavo rientrando in macchina con un amico dopo una presentazione di Florence. Avevo un progetto per le mani, ma secondo me non girava bene. E lui: «Perché non fai una bella storia familiare, ambientata in Sicilia… ». E io: «No, si pazzu? Che dici?». Invece aveva colpito. Quell’idea cominciò a prendermi. Fra Palermo e Trapani ero circondata dall’alone dei Florio. Iniziai a interessarmi alla storia della famiglia. Avevo cominciato dall’ultima generazione…

E invece…
Un giorno, mi sono resa conto che, mentre le iniziative imprenditoriali dei Florio erano relativamente note – dalle spezie allo zolfo, dalle navi al tonno, dal ferro al Marsala – la loro vicenda umana, legata soprattutto alle loro origini, era avvolta nel mistero. Così sotto l’occhio vigile di Palermo e con il suo aiuto, ho letto tutto ciò che è stato pubblicato su di loro, ho visitato tutte le proprietà.

Che cosa insegna la storia dei Florio?
Quanto conti la fame. Il successo dei Florio si costruisce con la fame. Quella fame che ti spinge a farcela, a osare, ad avere coraggio, ambizione. Ad andare avanti quando tutti scommettono sul tuo fallimento. Era una Sicilia con grandi aspettative, con grandi sogni.

Un’altra Sicilia.
Con molta malinconia oggi non vedo la voglia di riscatto che sarebbe necessaria. Non so se è solo per la Sicilia, o è così ovunque, ma vedo ragazzini che sostanzialmente non hanno fame.

Nella storia si sente tutto l’ambiente siciliano dell’Ottocento. Famiglia, potere e passioni. C’è il ruolo della donna, sottomessa, ma non troppo…
I Florio sono una famiglia di uomini orgogliosi, forti e senza scrupoli, testardi e schiavi delle passioni. E di donne silenziose o apertamente ribelli, mai convenzionali, sia che lottino contro la dispersione della povertà sia che difendano con determinazione il loro diritto ad affermarsi, a capire, a essere amate. Sembra che subiscano le ambizioni degli uomini, ma la loro forza è straordinaria.

Il secondo volume (in libreria l’anno prossimo) racconterà in qualche modo il tramonto dei Florio. Cosa resta?
La magia. I luoghi della loro storia. Pensiamo solo alla tonnara di Favignana. Una emozione enorme. E la storia del loro successo da raccontare ai giovani.

Il libro si apre con un detto iconico in Sicilia: «Cu nesci, arrinesci», chi esce, riesce, fa fortuna. I Florio sono partiti da Bagnara, in Calabria, e sono “arrinisciuti” in Sicilia. Oggi tanti siciliani vanno via per inseguire i propri sogni e non tornano. Lei non ha mai avuto voglia di andare?
Sono stata a lavorare per un periodo in Toscana, a Firenze. Ho pensato di restare lì. Ma il richiamo della famiglia, della casa è stato troppo forte. Al Nord si sta bene, ci sono i servizi, ma casa è casa. È il modo di essere che cambia. Maledizione, che qui non c’è uno straccio di lavoro decente… Certe volte viene voglia di sbattersi la testa “muri muri”.
Mi dico: «si na scunchiuruta». Ma non potrei andare da nessun’altra parte.

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