accedi | registrati | 13-11-2019

Amos Martino, docente ed educatore di Azione Cattolica, approfondisce il tema dell'attenzione pedagogica

L'analisi. L’educatore getta le reti e testimonia la fede

di Redazione Web 13/07/2019

di Amos Martino * - «Chi si ferma si incontra» è una citazione da Non ora non qui di Erri De Luca, autore noto e saccheggiato in più di un’occasione, considerata la sua filologia e l’interesse per i testi veterotestamentari. Via d’uscita elegante da lunghe discussioni su titoli per liturgie, campi o magliette, questa frase mi sta a cuore perché è sintesi sincera della mia esperienza di campi estivi. Si tratta esattamente di questo, in fondo: fermarsi e incontrarsi.

Il primo verbo è la premessa. Ed è anche la parte più complessa: perché ci vuole entusiasmo per fermarsi. La condizione eccezionale del campo è una parentesi ritagliata al quotidiano, che fa della stasi una rincorsa, un respiro prima del salto in alto.

Fermarsi significa riprendersi tempo – «tempus […] collige et serva» raccomandava Seneca a Lucilio – e dargli nuovo senso nel servizio a sé stessi e al prossimo. È un invito che facciamo nostro e che volentieri condividiamo, soprattutto a quanti appaiono timorosi a un passo dalla scommessa. Fermarsi per incontrarsi. Incontrarsi è fine e ricompensa della sosta. Incontrare Cristo, prima di tutto; una proposta che è un’attesa, un esercizio di audacia e talvolta anche l’esitazione di un lungo cammino. Ai campi estivi tutto – direbbe Coelho – cospira perché questo incontro si realizzi. Le residenze estive si trasformano in case in cui celebrare fraternità, luoghi dell’anima e spazi concreti: la cappella,

il bosco, il cielo stellato. E in questi scenari avvengono altri incontri che sono destinati a lasciare un segno indelebile: diventano legami. La fatica intensa e la gioia sono il lievito di relazioni che nascono con un seme d’eternità.

Tutto questo lascia sbalorditi ed è per questa ragione che nel borsone di chi partecipa a un campo c’è bisogno di spazio per la meraviglia. Capita che gli anni possano condurre all’esercizio meccanico di una presunta competenza: un saper fare che è senz’altro necessario ma che non può essere sufficiente per chi di quel campo ha diretta responsabilità. Vivere un campo da educatore è farsi docile matita per lasciare spazio alla creatività di Dio. Sotto questa prospettiva, avere risposte non serve. L’educatore è persona di ricerca: studia, dubita; raramente dà risposte definitive. Con la sua imperfezione è veicolo di grazia per i suoi compagni di strada. Con la sua fede, getta le reti una volta ancora.

* educatore giovani della parrocchia S. M. della Candelora

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