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Agostino Siviglia nel raccontare l'episodio che ha portato alla morte di un cittadino rumeno, esterna le difficoltà strutturali dell'istituto di pena

Suicidio in carcere, Garante detenuti: «Personale allo stremo»

di Redazione Web 30/07/2019

di Agostino Siviglia - A seguito del suicidio per impiccagione del cittadino di nazionalità rumena, GOLOVANSCHI Antonio Petru (cl. 1972), detenuto presso l’istituto penitenziario di Reggio Calabria Arghillà, avvenuto nel pomeriggio di venerdì 26 luglio 2019, intorno alle ore 17:30, N.Q. di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria, nella mattina di lunedì 29 luglio 2019, mi sono recato presso il detto istituto penitenziario al fine di assumere le informazioni del caso.
Ho potuto apprendere che nel pomeriggio di venerdì 26 luglio 2019, intorno alle ore 17:30, il sanitario di guardia in carcere veniva allertato dalla sezione “Afrodite”, all’interno della quale sono reclusi i cosiddetti “protetti” (per reati di riprovazione sociale), essendo in atto un tentativo di suicidio.
Risulta in atti - presso l’Area Sanitaria dell’istituto penitenziario - che non appena il sanitario di guardia giungeva nella detta sezione “Afrodite”, il detenuto GOLOVANSCHI Antonio Petru, disteso per terra nel corridoio della sezione, attorniato da altri detenuti e agenti di polizia penitenziaria, non era più vigile e cosciente, non respirava ed il battito cardiaco risultava assente. Nonostante il tentativo di rianimazione con il defibrillatore portatile ed il contestuale massaggio cardiaco per circa 50 minuti, alle ore 18:20, i sanitari del 118, nel frattempo giunti sul posto, ne constatavano l’avvenuto decesso.
Le modalità del suicidio ricalcano quelle tragicamente note in casi simili: impiccagione con lenzuola legate alle inferriate della finestra della cella.
Dalle informazioni acquisite, non risulta che al detenuto GOLOVANSCHI Antonio Petru, entrato in istituto il 16 luglio 2019, fosse stato applicato alcun regime di vigilanza particolare, essendo in cella con altri tre detenuti e non avendo avuto alcuna diagnosi di patologia psichiatrica rilevante.
Sul punto si segnala la visita del 25 luglio 2019 - reperibile in atti - del referente sanitario dell’istituto penitenziario di Arghillà, dalla quale non si evidenzia alcun sintomo di patologia psichiatrica rilevante, nel mentre emerge una condizione di estrema marginalità sociale e solitudine del cittadino rumeno in questione, persona senza fissa dimora che dormiva nei vagoni della stazione ferroviaria di Reggio Calabria, senza familiari, né parenti, né amici, senza nessuno, semplicemente, solo.
Per dare seguito al suo gesto suicidario ha aspettato di rimanere solo in cella, di oscurare lo spioncino che permette dall’esterno di guardare all’interno della cella stessa, di legare le lenzuola alle grate della finestra dell’antibagno della sua cella e, quindi, di impiccarsi. Un detenuto che transitava nella stessa sezione per prepararsi alla distribuzione dei pasti, accortosi che in quella cella non rispondeva nessuno e che lo spioncino era oscurato, allertava l’unico agente di polizia penitenziaria presente nella sezione, che prontamente interveniva, unitamente ad altri detenuti in transito, nel tentativo di portare i primi soccorsi, premurandosi nel contempo di avvisare con urgenza il sanitario di guardia. L’epilogo è noto, per come su riportato.
Nel comunicare per la Loro più opportuna conoscenza quanto dallo scrivente appreso, nell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, non può non segnalarsi la grave carenza strutturale di cui soffre l’istituto penitenziario di Arghillà, più volte segnalata formalmente e pubblicamente da questo Garante.
In specie, anche in questo caso, rilevano le carenze di personale penitenziario e sanitario: un solo agente stabilmente presente nel posto di guardia per ogni sezione detentiva è insufficiente, con gravi e tragiche conseguenze sia per le concrete possibilità di monitorare, intervenire e magari prevenire eventi tragici come quello in questione, sia per la sicurezza interna all’istituto sia, infine, per le stesse condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria, che, in assoluta carenza di personale, sono costretti, come del resto il personale sanitario (mancano infermieri, psicologi, psichiatri, cardiologi, medici di guardia), a fronteggiare una popolazione detenuta di oltre 300 reclusi.
Le ragioni che inducono al suicidio sono così complesse ed impenetrabili da non trovare spazio di approfondimento in Questa Sede, permangono tuttavia le urgenze strutturali da fronteggiare - qui segnalate, ancora una volta -, in particolare per quel che concerne l’istituto penitenziario di Reggio Calabria Arghillà, che se non risolte o quantomeno seriamente arginate, continueranno inesorabilmente a degenerare, con irreparabili conseguenze tanto nei confronti dei detenuti quanto del personale che a vario titolo opera in carcere.
Tanto doverosamente si comunica, per quanto di Loro competenza.

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