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Ignora i poveri, ma cita don Italo. Il sindaco ci ricasca

Falcomatà, già in clima elettorale, strumentalizza (ancora) don Italo Calabrò e si propone come candidato del centrosinistra locale

di Federico Minniti 03/09/2019

Da diversi mesi, ormai è chiaro a tutti che la politica locale è in preda alle strategie elettorali. Una corsa all’ultimo voto che non risparmia chi è chiamato a rivestire un ruolo istituzionale, come il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. La doppia veste, candidato e amministratore, è un esercizio in cui centellinare l’equilibrio, esperimento che – durante l’ultima estate – non ha sortito gli effetti sperati.

Prima di tornare ai fatti che hanno caratterizzato i mesi estivi in riva allo Stretto (di cui ne riprenderemo due che sommariamente sono i più rappresentativi) ripartiamo dalle parole di Falcomatà nella sua “Leopolda”, organizzata come ogni anno sul lungomare intitolato al compianto padre.

Il Villaggio “S’Intesi” non ha registrato un exploit di presenze, con alcune defezioni pesanti tra le fila dei maggiorenti del Pd reggino e calabrese, ma ha lanciato ufficialmente la ricandidatura di Falcomatà (mandando temporaneamente in soffitta le primarie). «Ve lo dico con franchezza, a me non piace lasciare le cose a metà» ha detto la fascia tricolore ai pasdaran presenti sul Lungomare. Un’apertura al dibattito interno sulle candidatura, ma anche una rivendicazione del lavoro svolto. Almeno secondo il giovane sindaco che, sempre dal suo Villaggio, è tornato a citare don Italo Calabrò e il suo motto: «Nessuno escluso mai».

Una frase che a Falcomatà evidentemente piace a tal punto da abusarne.

Come accaduto dopo l’ultimo Gay Pride in riva allo Stretto. In quell’occasione soltanto la redazione de L’Avvenire di Calabria ebbe il coraggio di interrogare il sindaco sul “peso” che i diritti hanno a Reggio Calabria.

Falcomatà spiega di non voler lasciare le cose a metà, ma continua – in realtà a farlo – rifiutando il confronto dialettico con gli organi di informazione. O quantomeno quelli che liberamente esercitano il diritto di cronaca. Tra le cose lasciate a metà, infatti, ci sono tanti interrogativi pubblicamente posti al primo cittadino e che riguardano le fasce più deboli del nostro territorio. Quegli «esclusi» che invece Falcomatà cita a intermittenza nei suoi discorsi. Parliamo di quanti partono dalla Città, poiché costretti da una crisi occupazionale senza precedenti. Ai papà e alle mamme che guardano con insoddisfazione e paura al futuro dei loro figli, agli imprenditori onesti che non riescono a imbarcamenarsi un’economia affogata da logiche malavitose. E ancora: i più deboli, i poveri, i bambini e gli anziani, a cui manca un’idea di polis a misura di individuo.

L’estate, poi, ha regalato l’ennesimo guanto di sfida lanciato nei confronti del sindaco. A gettarlo è stato Arturo De Felice, presidente di Sacal, che dinnanzi a un maxi–finanziamento per l’Aeroporto dello Stretto ha escluso il numero uno di Palazzo San Giorgio dalla conferenza stampa di presentazione.

In effetti, ha ragione, Falcomatà, quando dice di non voler lasciare le cose a metà. Probabilmente – valutando fatti e opinioni – a questa amministrazione manca un dono, quello della «sintesi». E non basta un Villaggio o degli slogan a donarglielo.

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