accedi | registrati | 21-11-2019

"Nessuno escluso mai", un'eredità da far diventare modello

Agape, Piccola Opera e Caritas diocesana hanno avviato un percorso formativo per riflettere su accoglienza e inclusione sociale, raccogliendo il testimone lasciato da don Italo Calabrò

di Mario Nasone 03/09/2019

Nel mese di settembre 1990, due mesi la morte di don Italo, la rivista Calabria del Consiglio regionale pubblicò un articolo a firma di Romano Pitaro, oggi responsabile dell’Ufficio Stampa del Consiglio, dal titolo “l’eredità difficile di un prete senza paura”.
Il giornalista fece un giro tra i centri di accoglienza da lui fondati per capire come reagivano operatori e volontari a questo terribile evento, con due domande che il giornalista si poneva: che fine farà tutta questa ragnatela d’iniziative, progetti, cose concrete senza l’infaticabile presenza di mons. Italo Calabrò ? I suoi eredi riusciranno a cavarsela da soli senza colui che era il collante del gruppo ed il trade-union con la Chiesa? E concludeva: soltanto tra qualche anno sapremo se i collaboratori di don Italo sono della stessa stoffa.

Questi trent’anni trascorsi hanno raccontato di un cammino difficile, tortuoso, con tanti limiti e fatiche che non hanno interrotto però la storia di servizio, di fede incarnata da lui avviata. Una storia che anzi è cresciuta ancora di più arricchendosi di nuove sfide accettate, di ulteriori servizi aperti per rispondere alle nuove povertà e fragilità, ma soprattutto di tantissimi giovani e adulti che si sono coinvolti pur non avendo mai conosciuto fisicamente don Italo perché attratti dal suo messaggio. Quello che ha voluto inserire nel suo testamento spirituale chiedendo ai suoi compagni di strada: Amatevi tra voi, di un amore forte, di autentica condivisione di vita; amate tutti coloro che incontrate sulla vostra strada, nessuno escluso, mai! È questo il comandamento del Signore.

Un invito che don Italo faceva scaturire direttamente dal vangelo, dal quel Gesù che lo aveva testimoniato per primo mettendo i poveri e gli esclusi del suo tempo al centro di tutta la sua predicazione. E se le opere di carità fondate da don Italo sono ancora vive è soltanto perché hanno continuato a essere illuminate e sostenute da questa energia vitale che solo la fede può dare con pienezza.

Dopo trent’anni, in uno scenario sociale che registra una eclissi preoccupante dei valori da lui proclamati, con un mondo giovanile che fatica a trovare a modelli positivi di riferimento, è importante che questo suo insegnamento non vada disperso. In tutti questi anni don Italo ha continuato ad essere ricordato e ad essere presente nella vita della Chiesa e non solo nelle associazioni da lui fondate, soprattutto attraverso le opere da lui realizzate che ancora oggi sono l’eredità più importante lasciata. Anche le istituzioni civili lo hanno fatto seppur solo in parte, in particolare la presidenza del consiglio regionale della Calabria che da alcuni anni ha istituito il premio educazione dei giovani Don Italo Calabrò che permette ogni anno a migliaia di giovani delle scuole della regione di confrontarsi con la sua figura di cristiano esemplare e di calabrese innamorato della sua terra. Il comune di Reggio Calabria, con amministrazioni Demetrio Arena di centrodestra e Giuseppe Falcomatà di centrosinistra, hanno intitolato una via ed una piazza a lui, il prolungamento di via Cardinale Portanova e la piazza di Arghillà risanata dopo il degrado di anni. Non vie del centro ma luoghi simbolici e periferici come sarebbe piaciuto a Lui che non amava i primi posti ed i palazzi del potere. Ovviamente, questo non basta se si vuole veramente onorare don Italo, il modo migliore è quello di fare proprio il suo insegnamento di vita. Questo vale per tutti, politica, chiesa, scuole, associazioni, cittadini, dove il "nessuno escluso mai" non può essere uno slogan da tirare fuori a cuor leggero, anzi va letto e vissuto come un messaggio scomodo, che deve provocare scelte coerenti e concrete ad esempio nel campo politico, costruendo un sistema di welfare che dia risposte e servizi adeguati, investendo risorse sulle politiche sociali ed educative, soprattutto nelle periferie sempre più abbandonate. Don Italo diceva ai suoi giovani, “noi abbiamo bisogno di amministratori che non siano nostri amici, ma che siano amici dei poveri, solo se sono amici dei poveri sono anche nostri amici! Tra i sindaci certamente Italo Falcomatà è stato quello con il quale ha più condiviso il sogno di una città amica degli ultimi e libera dalla ndrangheta e dai comitati d’affari. Lo stesso lo affermava per la chiesa che diceva non può essere quella che sta seduta comodamente nei salotti (o nelle sacrestie come dice oggi il nostro Vescovo Morosini) ma che uscisse dal tempio, si sporcasse le mani pagando di persona nell’incontro con i più poveri. Con una visione, costruire una comunità che si facesse concretamente carico della sua parte più debole e fragile, del nessuno escluso mai come comandamento del signore che lui umilmente ha cercato di applicare.

Un messaggio che ha bisogno oggi più che mai, in un tempo di paure e di rifiuto delle persone scomode, di criminalizzazione delle persone che a loro si dedicano, di una antimafia spesso parolaia, di una proposta educativa debole, di essere maggiormente conosciuto e rilanciato come segno di speranza di un mondo diverso possibile. Per questo motivo gli organismi che hanno in don Italo un riferimento speciale, il Centro Comunitario Agape, la Piccola Opera Papa Giovanni, la Caritas Diocesana hanno deciso di avviare in questo anno sociale delle iniziative formative per fare memoria del suo insegnamento, dei riferimenti evangelici del suo impegno, per riflettere insieme su come agire per rispondere alle sfide dell’accoglienza e dell’inclusione sociale del tempo presente. Saranno tre vescovi, monsignor Francesco Oliva della diocesi di Locri Gerace (il 21 settembre) , monsignor Vincenzo Bertolone (4 ottobre) presidente della Conferenza episcopale della calabria, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini Arivescovo Diocesi Reggio-Bova (tempo dell’avvento), a tenere i primi tre incontri nei prossimi mesi e che avranno come destinatari tutti coloro che in modo diverso sono disponibili a raccogliere il testimone che don Italo ha lasciato. Con la coscienza che don italo è un patrimonio di tutta la Chiesa e la società civile reggina e calabrese, un dono del Signore che può aiutare laici e religiosi a vivere una fede matura e incarnata nella storia.

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