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Su vita, libertà ed eutanasia la Chiesa parla chiaro

di Francesco Ognibene 09/09/2019

Per quali buone ragioni lo Stato non dovrebbe concedere la possibilità a chi vuole uccidersi, spinto da una condizione di grave sofferenza, di poterlo fare senza che poi chi lo aiuta incorra in conseguenze penali, com’è previsto dalla legge? La tesi più largamente diffusa tra le forze politiche e i media è che sull’indisponibilità della vita dei cittadini, sinora cardine intoccabile del nostro ordinamento, oggi dovrebbe comunque prevalere la libertà individuale, rispetto alla quale lo Stato si limiterebbe a verificare che non ci siano condizionamenti di sorta, erogando la morte come un servizio sanitario tra gli altri.

Ma è proprio così? Siamo destinati a vivere in un Paese dove la scelta di vivere e quella di morire vengono equiparate davanti alla legge, e le istituzioni vengono indotte a restare neutrali limitandosi a prendere atto della volontà individuale?

È davvero una scelta difficile e decisiva per il futuro di tutti quella che – in assenza di sussulti dell’ultima ora da parte del Parlamento o del Governo – la Corte Costituzionale sembra destinata a dover assumere dopo l’udienza pubblica del 24 settembre, annunciata dalla stessa Consulta quasi un anno fa insieme a una sorta di ultimatum alle Camere senza precedenti.

Per questo occorre avere piena consapevolezza dei temi al centro di un passaggio di simile portata. Quali criteri fronteggiano l’autodeterminazione privata del contrappeso di qualunque limite morale e legale? «La ragione – argomenta don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei di pastorale della salute – ci dice che l’unico criterio oggettivo che non possiamo trascurare di fronte a una persona è se sia “vivente” o “non vivente”. Nel momento in cui è “vivente” ogni persona, qualunque sia la sua condizione clinica, va rispettata. Né possiamo accettare che si inserisca il criterio della “qualità della vita” per decidere se una esistenza sia o meno una vita “dignitosa”. Neppure si possono creare le condizioni per stabilire chi vuole vivere e chi vuole morire». La sua riflessione tira le somme come postfazione agli interventi nel convegno organizzato l’11 luglio a Roma da Polis pro persona, comitato spontaneo formato da più di trenta associazioni cattoliche, ora raccolti in un utilissimo ebook («'Diritto' o 'condanna' a morire per vite 'inutili'?», Cantagalli, 192 pagine, 9.99 euro) edito alla vigilia ormai dell’atteso intervento del presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti nell’evento pubblico organizzato a Roma per mercoledì 11 settembre dal tavolo Famiglia e Vita che riunisce presso la Cei l’Associazione italiana Psicologi e Psichiatri cattolici, l’Associazione Medici cattolici italiani, il Forum delle Famiglie, il Forum Sociosanitario cattolico, il Movimento per la Vita e l’Associazione Scienza e Vita (appuntamento al Centro Congressi Cei di Via Aurelia 796, dalle 15 alle 19).

Due mesi dopo aver già chiarito in un’intervista ad 'Avvenire' la sua posizione sulla scelta cui sono chiamati Parlamento e, in subordine, Corte Costituzionale, il presidente dei vescovi italiani parlerà di «Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?». C’è chi dice e scrive che la Chiesa italiana sul fine vita tace. Eppure i nostri lettori ricordano le parole di Bassetti su queste pagine: «Provo un profondo turbamento di fronte alla possibilità che anche nel nostro Paese si aprano le porte all’aiuto al suicidio, tramite una legge o attraverso le sentenze di tribunali ordinari o della Corte Costituzionale». Bassetti espresse poi l’auspicio che si intervenisse «sull’articolo 580 del Codice penale soltanto per differenziare e attenuare – non depenalizzare! – in alcuni casi la previsione sanzionatoria all’aiuto al suicidio».

«Se una persona molto sofferente non viene sollevata dal dolore attraverso un’ampia diffusione delle cure palliative – scrive ora Angelelli –, se non viene sostenuta da una rete sociale che l’accompagni nel suo percorso, se viene considerata un peso economico, se alla fine la sua famiglia non viene sostenuta da servizi territoriali e domiciliari adeguati, allora questa persona penserà che scegliere di morire sia la soluzione migliore. Dobbiamo allora avere il coraggio di porre alla politica la domanda cui inesorabilmente si perviene, qualora si accetti di spostare il confine della vita “degna” sulla base di criteri diversi da quello della centralità di ciascuna persona in qualsiasi condizione si trovi: lo Stato intende creare le condizioni perché il diritto costituzionale al benessere sia esercitato oppure le politiche vanno verso un criterio economico per curare la salute delle persone?».


Articolo apparso su Avvenire domenica 8 settembre 2019

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