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«L'amore cristiano non è filantropia»

Chiesa e massoneria, Monsignor Staglianò a confronto con alcune logge siciliane: «Problema d'identità spirituale per un cattolico? No, egli deve seguire solo Gesù Cristo»

di Redazione Web 24/09/2019

Chiesa e massoneria sono due mondi assolutamente distanti. Eppure, c’è chi ancora fatica a comprendere questa totale diversità, basandosi talvolta su una comunanza di termini che, però, nel concreto, non hanno alcuna attinenza fra loro. Lo ha detto chiaramente anche monsignor Antonio Staglianò, vescovo di Noto ma originario di Isola Capo Rizzuto, nel corso di un incontro–confronto insieme ad appartenenti alla massoneria.

Rivolgendosi ai gran maestri, ha messo in evidenza la mancanza di trasparenza all’interno delle organizzazioni massoniche e nello specifico il loro «problema di identità…che va mostrata». Lo stesso problema si pone nel suo rapportarsi con la Chiesa, sia con «quella Chiesa cattolica del Concilio Vaticano II, quindi di Giovanni XXIII, che dice “cerchiamo ciò che ci unisce e non ciò che ci divide”, sia con la Chiesa Cattolica di Giovanni Paolo II che ha detto prima di morire “fides et ratio”, sia con la Chiesa Cattolica di Paolo VI, che nella Evangelii Nuntiandii dice: la Chiesa si fa dialogo, la Chiesa è dialogo per sua natura, perché l’elemento fondante della Chiesa Cattolica è il dialogo intratrinitario e non c’è figlio di esseri umani che non sia segnato da Cristo, immagine e somiglianza in cui tutti siamo creati, consapevoli o non consapevoli, accettando o non accettando».

Monsignor Staglianò si interroga sulla possibilità di dialogo tra Chiesa e massoneria, precisando che c’è un primo problema quello dell’identità dell’interlocutore da conoscere e un secondo, dato dal significato da attribuire alle parole, nella società liquida in cui ci troviamo: «Dialogare? E come? Potremmo noi pensare che le espressioni pace, giustizia, amore, solidarietà, dette da un vescovo della Chiesa cattolica, suonino a un massone con lo stesso contenuto con cui il vescovo lo vuole comunicare? È lo Sprachespiel: ogni parola vive del suo significato dentro uno spazio linguistico particolare.

Dovendo ragionare sulle possibilità di dialogo tra di noi, bisogna anche prendere atto che c’è una grande difficoltà di linguaggio. Lo Sprachspiel determina anche il contenuto, il significato delle parole che utilizziamo, che sono parole comuni, ma non perché sono parole comuni vuol dire che siano parole che ci accomunano».

Il vescovo di Noto ricorda con chiarezza che «nel 1983 il cardinal Ratzinger ribadisce la scomunica per tutte le persone che appartengono a società massoniche, scomunica latae sententiae, vuol dire che sei fuori dalla comunione cattolica. «Da questo versante, non si pone il problema “cosi vicini cosi lontani”, perché se c’è una scomunica in atto siete totalmente fuori. Siccome è stato detto che ci sono tanti cattolici massoni, pure preti e vescovi massoni, questi nostri fratelli un po’ di disorientamento ce l’hanno, perché vuol dire che questa scomunica non interessa. Ma allora c’è un problema di identità cattolica, perché appartenere alla chiesa cattolica è riconoscere la dottrina della Chiesa Cattolica, nella quale c’è l’autorevolezza di un Magistero che interpreta la verità per te, a cui tu obbedisci, per cui c’è una sola obbedienza per il cattolico, l’obbedienza a Gesù Cristo, nostro Signore, visibilizzato in questo tempo dal vescovo di Roma e ciascuno nelle proprie diocesi dal vescovo. Come si può interpretare questo vicini e lontani? Il dialogo non si fa azzerando le differenze e arrivando a un minimo comune denominatore. Dopo il Concilio Vaticano II, molti hanno voluto praticare il dialogo cosi, per riferimento a ciò che disse Giovanni XXIII («cerchiamo ciò che unisce e non ciò che ci divide»). Ma Giovanni XXIII non voleva dire quello che poi è stato inteso da alcuni. Il dialogo vero che si può fare è approfondendo le proprie differenze, le proprie identità. Perché se voi siete lupi, io, come Chiesa cattolica, sento Gesù che mi dice “ti mando come pecora in mezzo ai lupi”, per cui vorrei dirlo a tutti questi cattolici scandalizzati per il fatto che sto parlando a voi. Evidentemente questi cattolici hanno un problema di identità cattolica. Se siete nemici della Chiesa, io sono qui mandato dal Signore Gesù che dice “amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”. Visto che la scomunica vi toglie da ogni possibilità di comunanza, perché siete fuori dalla Chiesa cattolica, nel vostro tentativo di mostrarvi con il vostro volto, cercate di autenticare la vostra identità. Chi può giudicare il togliere la scomunica? Il Santo Padre, perché essendo scomunicati voi siete nella più abissale distanza. È possibile immaginare una certa vicinanza nell’abissale distanza?» Monsignor Staglianò traccia poi la netta differenza e la conseguente distanza tra le attività filantropiche e solidaristiche promosse dalle società massoniche e l’esperienza dell’amore cristiano, citando San Paolo: «“Potrei non avere la carità”, perché il singolo gesto potrebbe essere mosso da interesse personale, desiderio di accreditarsi, ostentazione o altro ancora». Il vescovo porta un esempio: «La carità è quella di don Pino Puglisi, che mentre lotta contro la mafia, sa anche sorridere a chi lo ha sparato e ucciso e in quel sorriso gli ha mostrato quello che Gesù di Nazareth sulla croce ha fatto e chiesto per tutti (“Padre perdonali, non sanno quello che fanno”), perché se tu mi stai uccidendo io ti perdono, se tu stai parlando male di me e mi calunni, io parlerò bene di te, se tu stai facendo il male a me, io non risponderò al male con il male, ma con il bene. Questo è il Kerigma cristiano. Rispetto a questo siamo tutti fuori e tutti dentro, tutti lontani e tutti vicini».

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