accedi | registrati | 17-11-2019

Cristo, un fermento di civiltà

Riflessione sul cammino associativo di Azione cattolica: «Il discorso sull’abitare può essere sviluppato su tre livelli, legati alla nostra vita: la persona la Chiesa e il mondo»

di Ernesto Preziosi * 30/09/2019

R iflettere sul cammino associativo dell’anno è un’occasione di studio e una sollecitazione a leggere la realtà delle persone, della Chiesa, del mondo, per rispondere alle sfide presenti e costruire un’Azione cattolica (Ac) all’altezza di questo tempo. La riflessione di quest’anno associativo, dedicata al verbo “abitare”, ci riporta all’invito che Papa Francesco ha rivolto all’Ac al congresso del Fiac nel 2017: «È indispensabile che l’Azione cattolica sia presente nelle carceri, negli ospedali, nelle strade, nelle baraccopoli, nelle fabbriche. Se così non sarà, sarà un’istituzione di esclusivisti che non dicono nulla a nessuno, neppure alla stessa Chiesa. Voglio un’Azione cattolica tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita. È in questi nuovi areopaghi che si prendono decisioni e si costruisce la cultura. Incoraggiate i vostri membri ad apprezzare la missione corpo a corpo casuale o a partire dall’azione missionaria della comunità». Il discorso sull’abitare può essere sviluppato su tre livelli, legati alla nostra vita personale e al come costruire concretamente quest’anno il cammino formativo. Il primo punto è “dove abita la persona”, che possiamo introdurre con una frase particolarmente efficace dovuta al priore di Bose: «“Abitare”: tutto nasce dal corpo. Il corpo è la nostra casa primigenia: veniamo al mondo abitando il corpo di una donna. Il corpo femminile è per ogni umano la prima abitazione, lo spazio, l’habitat della sua prima formazione. A sua volta, il corpo che abitiamo venendo al mondo è un ‘corpo abitante’, un corpo che già abita il mondo». La stessa nascita fisiologica ci parla di una relazione. Il monaco sottolinea come la corporeità umana indichi che ogni individuo è un “abitante abitato” e tutto ciò che avviene in natura, dall’abitare nel corpo materno, l’essere partoriti e ad entrare in una casa più grande è allo stesso tempo segnato dalla dimensione fisica, biologica e da quella culturale. Il secondo livello è l’attenzione all’“abitare la Chiesa (locale)”. L’associazione stessa è un luogo che abitiamo e che dobbiamo costruire in modo tale che sia abitabile, perché attraverso l’associazione, tanti incontrino la Chiesa del Signore. È importante ed edificante quanto, con il suo magistero e il suo esempio, va facendo papa France- sco; nel suo primo viaggio compiuto a Lampedusa, denunciando la “globalizzazione dell’indifferenza”, il Papa ha proposto una lettura diversa del post–Concilio, un approccio diverso perché diverso è il paradigma di fondo: il tema Chiesa–mondo non consiste nel rinnovare la Chiesa per convertire il mondo, ma nell’ascoltare e comprendere il mondo in cui si vive perché la Chiesa possa essere luce che risplende nel mondo. È uno sguardo nuovo sul mondo che dobbiamo saper apprendere, uno sguardo che ripensa la Chiesa e il suo stesso insediamento sui territori. Oggi in questa chiesa in transizione, nei pendolarismi e nei nomadismi di questa epoca, quale insediamento della Chiesa? Per quanto avvengano i cambiamenti e per quanto dobbiamo rapportarci ad essi non dobbiamo rinunciare a dare spazio al nostro specifico, al nostro modo di essere credenti, perché questo non muta, è la radice di una pianta sempre verde, anche se deve rispondere in modo diverso la storia. L’ultimo livello di riflessione è “abitare il mondo”. Al Convegno ecclesiale di Firenze, papa Francesco aveva detto: «non viviamo in un’epoca di cambiamento, viviamo in un cambiamento d’epoca». Se penso alla mia esperienza personale, il dato del cambiamento d’epoca è legato già alla stagione conciliare. Ho sempre presente la frase di Bachelet che parlando degli anni del Concilio, della fatica con cui si era operata la scelta religiosa, ci offriva uno scenario: «La scelta religiosa – buona o cattiva che sia l’espressione – è questo: riscoprire la centralità dell’annuncio di Cristo, l’annuncio della fede da cui tutto il resto prende significato ». Questo vuol dire che l’annuncio di Cristo può diventare fermento di civiltà, di cultura, di impegno sociale, di impegno politico; vuol dire anche che, se c’è un compito della chiesa e, in essa, dell’Ac che si qualifica per essere la più vicina al cuore della sua missione, è quello di sfrondare tutto ciò che non è essenziale per andare all’essenziale, cioè all’annuncio di Cristo morto e risorto per noi. Nell’impegno missionario dell’associazione il tema della città, di chi la vive, è il terreno su cui confrontarsi per dirigersi verso le periferie che non sono necessariamente ai margini delle città, a volte sono anche nei centri storici. In conclusione vi è un invito radicale a cambiare la prospettiva di vita. Francesco d’Assisi non è solo la povertà è prima di tutto l’affermazione che si può vivere di Vangelo e Francesco, quando ha svolto la sua azione nella Chiesa e nel mondo, era laico. Riscoprire la nostra vocazione cristiana significa anche porsi davanti al Signore, in ogni età della vita, chiedendosi: Signore cosa vuoi che faccia? Essere di AC è molto impegnativo. Ma ormai l’abbiamo incontrata e non ci possiamo accontentare di un campo scuola o di un convegno. Ciò che il Signore ci chiede è l’intera vita.

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