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Nicholas Green, 25 anni dopo. «Così continua a vivere»

Parlano i genitori del bimbo americano morto nel 1994: «Grazie a lui triplicate le donazioni di organi»

di Redazione Web 01/10/2019

C’è un “prima” e un “dopo” nella vita di Reginald e Margaret Green. “Prima” del 29 settembre, “dopo” il 1° ottobre di 25 anni fa. «Non ho scordato nulla di quei giorni, ogni piccolo dettaglio è fissato nella mia mente. E in quei due giorni sconvolgenti, non ho mai pensato che Nicholas potesse morire », racconta Reginald Green in collegamento Skype dalla sua casa di Los Angeles, California. Al suo fianco la moglie: «I medici ci avevano detto che nostro figlio era grave, ma noi desideravamo con tutto il cuore che tutto tornasse come prima».

“Prima” c’era una vacanza in Italia, una giovane madre, un padre più maturo, un bambino e la sorellina. C’era un’auto a noleggio e un viaggio itinerante in Italia. Firenze, Roma, Pompei, poi direzione Sicilia. Lungo la Salerno-Reggio Calabria una banda di rapinatori incrocia la vettura dei Green, la scambia per quella di un gioielliere. L’assalto, le pallottole, Nicholas ferito, la corsa prima all’ospedale di Polistena, poi al Policlinico di Messina. L’attesa, la morte e dopo la decisione di donare cuore, fegato, pancreas, reni e cornee; il trapianto su 7 per- sone malate, 5 delle quali molto gravi (4 erano adolescenti) e 2 adulti che stavano diventando ciechi… Il “poi” è la storia di un piccolo miracolo, quell’“effetto Nicholas” che in 25 anni ha portato i tassi di donazione di organi a triplicare. Mai nessun Paese ha raggiunto un tale traguardo.

Ma oggi è la giornata dei ricordi. «Nicholas in quei due giorni di fine settembre non si riprese mai. Il proiettile di fatto fermò la sua vita». Pregaste perché accadesse un miracolo? «Avevo paura di chiedere troppo – risponde Maggie –, così ho pregato il Padre Nostro, 'sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra'».

Chi ha preso la drammatica decisione di donare gli organi del bambino? «Dopo la sparatoria i dottori ci dissero che non c’era più attività cerebrale – risponde Reginald –, abbiamo chiesto: siete sicuri? Loro risposero di sì, ma che dovevano fare altri test nelle successive 24 ore. Abbiamo cercato di assorbire quel tremendo cambiamento che stava accadendo nelle nostre vite. Non abbiamo parlato molto, ma ci siamo tenuti per mano. Dopo 40 minuti i medici sono tornati e hanno ripetuto: non c’è attività cerebrale. In quel momento ho realizzato che non avrei più stretto le mani a Nicholas, che lui non mi avrebbe più detto 'buona notte papino'. A quel punto Meggie diventò pensierosa: sappiamo che è morto, possiamo donare gli organi. Qualcosa di buono poteva nascere, qualcosa poteva essere salvato da tutto quel male. Chiamammo i dottori e gli dicemmo: questo è quello che vogliamo fare. Possiamo? Loro dissero: sì, certo. Fu un bel sollievo».

Nicholas aveva 7 anni, sua sorella 4. Oggi Eleonor è una giovane insegnante di scuola superiore che ha scelto di sposarsi, l’anno scorso, accanto alla Children’s Bell Tower, il monumento che la famiglia ha fatto costruire in memoria di Nicholas e di tutti i bambini del mondo a Bodega Bay, nel nord della California, dove vivevano nel 1994. Dopo la tragedia nacquero due gemelli, Laura e Martin. Nel nostro Paese oltre 100 tra scuole, strade, palestre e parchi giochi sono dedicati a lui. Nicholas è ormai un figlio d’Italia, il bambino grazie al quale la donazione di organi è diventata nel senso comune un’opzione possibile. «Tanti piccoli nati in questi ultimi 25 anni vanno al parco giochi e chiedono ai genitori: ma chi è Nicholas Green? Quando conoscono la sua storia, diranno: qualsiasi cosa mi succeda, voglio fare come lui», immagina Reginald. Alcuni dei trapiantati si sono incontrati con i Green, nonostante la legge italiana non consenta di divulgare informazioni sull’identità dei riceventi e dei donatori.

Negli Stati Uniti, al contrario, lo scambio di lettere e gli incontri sono incoraggiati. «Per noi è stata una benedizione conoscere le persone che hanno ricevuto gli organi di nostro figlio. Abbiamo potuto vedere che il dono di Nicholas non è stato sprecato. La donna che ha ricevuto il fegato ha dato alla luce un figlio, l’ha chiamato come il bambino che le ha ridato vita, Nicholas, che oggi è nella Marina militare. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il trapianto. È molto consolante». Il giovane che ricevette il cuore è morto due anni fa. «Abbiamo provato molta tristezza quando lo abbiamo saputo. Ma il tempo extra che ha avuto ha sicuramente reso felice lui e la sua famiglia ». Grazie a Nicholas, grazie a Reginald e Margaret Green.

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