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«Oltre le sbarre», esperienza di servizio insolita

I soci di Azione cattolica escono dalla propria comfort zone associativa per “abitare” un luogo in cui lo spazio del proprio esistere non diventa mai casa

di Redazione Web 02/10/2019

«Oltre le sbarre» nasce dal bisogno di andare oltre: oltre i luoghi convenzionali, comodi, soliti. Nasce dal desiderio dei soci di Ac di uscire dalla propria comfort zone associativa per “abitare” un luogo in cui lo spazio del proprio esistere non diventa mai casa, ed il tempo fluisceproiettato nel futuro: un futuro a volte pieno di speranze, altre “senza futuro”. “Oltre le sbarre” nasce dal desiderio di portare la Parola in un luogo in cui l’incontro con l’altro diventa inevitabilmente un viaggio dentro sé, nei meandri delle proprie emozioni e fragilità per abitare luoghi dimenticati, luoghi depersonalizzanti che, quando abitati, diventano spazi in cui risentirsi chiamati per nome e trasformano il tempo della condanna nel tempo della speranza. “Oltre le sbarre” è un’esperienza di servizio “insolita”: l’altro non è un bambino, un giovane o un adulto da accompagnare e a cui fare un annuncio, ma qualcuno che, invertendo le finalità educative, insegna inconsapevolmente l’arte di accogliere in maniera incondizionata. Abitare il carcere è una scommessa ed una sfida: l’altro non è portatore di una fragilità socialmente legittimata: non è povero, malato, sfortunato, è colui che, per l’opinione dei più, “merita” quella sofferenza per averla, ancor prima, determinata. Abitare il carcere significa spogliarsi delle proprie certezze e dei propri pregiudizi, per “ricostruire” sentieri di speranza e “ridefinire” storie di dolore che non conoscerebbero seconde possibilità. Andare “oltre le sbarre” significa abitare i luoghi della sofferenza, dovuta al senso di impotenza, umiliazione, vergogna, deprivazione di identità ed affetti per creare ponti tra il passato ed il futuro, tra il fatalismo e l’assunzione di responsabilità; significa contribuire a trasformare il carcere da luogo di esclusione a luogo di inclusione sociale, superando la divisione tra buoni e cattivi. Un carcere “abitato” è il luogo in cui l’altro si svela, e l’ascolto profondo delle storie permette di comprendere quanto spesso le mancate opportunità sociali e culturali, l’assenza di riferimenti e contenimenti normativi ed affettivi, l’isolamento sociale possano collocare da una parte o dall’altra delle sbarre. Abitare il carcere significa diventare quell’esperienza correttiva che permette all’uomo di riscrivere la propria storia reinnamorandosi di sé per primo e dell’altro. Abitare il carcere significa custodire le persone, non per questioni di sicurezza, ma per questioni di amore; significa scovare la bellezza in ciascuno, oltre gli involucri di errore, cercando, nei volti, il Volto.

Antonella Sergi
Psicologa psicoterapeuta penitenziari di Reggio Calabria e responsabile formazione volontari “oltre le sbarre”
 

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