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Perché con i figli è necessario avere una competenza emotiva

Serve avvicinarsi in modo empatico ai nostri ragazzi. È necessario fermarsi, prendere le distanze da ciò che si prova e indagare su di loro

di Redazione Web 02/10/2019

Orario di cena di un giorno feriale. Settimana intensa di lavoro ed impegni. Per Andrea, padre da 8 anni, è il momento di confrontarsi con sua figlia Gaia. Lei fa i capricci, lui ad un certo punto si domanda cosa sia meglio fare con una bambina che non accetta la pietanza preparata dalla madre. Andrea, allora, decide di usare le maniere forti: «Questa sera a letto senza cena», esclama rivolgendosi alla figlia. Gaia si alza e va via. Il resto della serata scorre in un silenzio surreale, anche fra Luca e la moglie. Lui si domanda se quella scelta di mandare a dormire Gaia sia stata giusta. Se quella punizione abbia sortito l’effetto educativo sperato. La moglie, a tratti, crede che Luca abbia esagerato, ma sa che il marito ha agito con l’intenzione di educare la loro figlia.

Che fare, dunque? Luca decide allora di andare in camera di Gaia, di confrontarsi nuovamente con lei e spiegarle le ragioni di quel comportamento. Lei, però, è muta. Ferma. Ha un atteggiamento quasi irritante, tanto che Luca esce dalla stanza con un senso profondo di sconfitta: «Forse – pensa – non sono capace di fare il padre!».

In verità, il punto è un altro: Luca ha avuto in mente solo se stesso, facendo perdere alla figlia una buona occasione per conoscersi di più attraverso la sua azione. Un padre che si scusa con la figlia, dopo averla sgridata, lasciandosi così sopraffare dal senso di colpa comunica un’insicurezza e la rende responsabile di uno stato d’animo che appartiene solo a lui.

Cosa dovrebbe fare un genitore in questo caso? Rimanere forse indifferente? No, avrebbe dovuto sicuramente regalarsi tempi e spazi d’ascolto, magari confrontandosi prima con la moglie e così trovando un equilibrio tra due estremi opposti: tra la distanza e l’impermeabilità da una parte e l’intrusione, l’angoscia dall’altra.

Ma trovare un percorso comune con la moglie, serve anche a non far percepire il disaccordo fra i genitori che, invece, rischiano di portare avanti un “monologo relazionale”, ciascuno con le proprie convinzioni. Il risultato sarà una completa confusione di Gaia, che non saprà a chi dare ascolto.

Serve, allora, avvicinarsi in modo empatico ai figli. Ma è necessario fermarsi, prendere le distanze da ciò che si prova e indagare su come stiano proprio i figli. Senza dimenticare che ogni emozione produce un comportamento esteriore che si nota nei gesti, nel modo di parlare e di porsi. Ecco, dunque, che se si tiene presente questo elemento, diventa più facile controllare il proprio corpo, modificare i pensieri e pianificare i comportamenti in modo consapevole. Luca, ad esempio, forse già stanco da una giornata pesante di lavoro, era stufo di “combattere” con le pietanze di Gaia ed invece di cercare una soluzione, ha tenuto tutto dentro esplodendo in maniera incontrollata. Luca avrà certamente pensato diverse cose quella sera: che la figlia non lo rispetti; che lo stia provocando e che imparerà a mangiare tutto prima o poi. Ma si sentirà anche deluso dal suo comportamento. Per questo riflettere sui significati personali che si attribuiscono agli eventi ha due vantaggi circa l’autocontrollo: permettere interpretazioni alternative e meno negative dello stimolo, favorendo emozioni positive; creare un momento d’intervallo di tempo fra lo stimolo e la risposta, evitando reazioni incontrollate. E se il bambino narra il suo sentire con le parole o i comportamenti, tocca all’adulto osservare, ascoltare, prendere in considerazione le emozioni del bambino ed interrogarsi sui suoi agiti, oltre che essere per lui un buon modello.

La competenza emotiva, insomma, deve essere ritenuta importante alla stessa stregua di quella cognitiva. Significa, in altri termini, riconoscere il proprio stato emotivo, attribuire un nome all’emozione e così differenziarla e articolarla, esprimendola attraverso il comportamento (e non con le sole parole), ponendosi in sintonia con quella dell’altro. Ciò che più comunemente conosciamo come empatia.

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