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Ecco chi era madre Vannini, da oggi santa

La postulatrice suor Rossoni racconta gli aspetti inediti di madre Giuseppina Vannini, la fondatrice delle Figlie di san Camillo che oggi è stata proclamata santa

di Redazione Web 13/10/2019

«Abbiamo vissuto questo annuncio come un momento di grande gioia. Dopo san Camillo de Lellis canonizzato nel 1746, madre Giuseppina Vannini è la prima santa della nostra Famiglia religiosa». Legge con questa commozione la postulatrice della causa, la brasiliana suor Maria Bernadete Rossoni, l’iscrizione da oggi nell’albo dei santi della fondatrice delle Figlie di san Camillo.

«Se si guarda attentamente alla sua vita e al suo apostolato – sottolinea la religiosa – si scopre che ha cercato sempre di offrire sollievo agli ammalati di ogni età dai bambini, tra loro anche degli orfani, fino agli anziani che vanno accuditi fino alla fine». Il messaggio che lascia alla Chiesa e alla società – afferma suor Rossoni – «è la centralità della vita, oggi in pericolo», soprattutto «in Europa dove si parla di fine vita ed eutanasia e la vita sta perdendo purtroppo il suo valore».

Un sentimento di gratitudine dunque è ciò che affiora dalle parole di suor Bernadete che abita proprio nella casa generalizia di Grottaferrata, alle porte di Roma, dove riposano in una cappella i resti mortali della madre Vannini. «Tutto questo ci fa sperimentare questi momenti come un tempo di grazia per tutta la nostra Congregazione – spiega –. Penso che lei abbia instillato nella nostra variegata Famiglia religiosa, da sempre attenta al mondo dei degenti, un cuore femminile, uno spirito di tipo materno verso chi è ricoverato in un letto di ospedale o attende delle cure a casa». E osserva ancora: «Per lei il malato dev’essere al centro di ogni preoccupazione e interesse, e va servito come fosse Gesù stesso. Ha fatto sue le parole del Vangelo di Matteo: “Ero malato e mi avete visitato”». E non a caso gli avamposti di carità edificati nel solco degli insegnamenti di suor Vannini sono oggi oltre agli ospedali, le case per disabili e anziani. Presidi sanitari che si trovano – racconta la religiosa – dal Paraguay all’India «dove curiamo bambini disabili, abbandonati dai genitori», all’Africa «dove accompagniamo le giovani donne nel difficile iter della gravidanza».

A conferma di questo stile di “prossimità” verso tutti coloro che sono toccati dalla malattia suor Bernadette rievoca un particolare poco conosciuto. «In molti dei nostri istituti campeggia un motto: “Scienza nuova, carità antica”. Una frase che, come ci suggerisce il magistero di papa Francesco, ci sollecita di fronte alle sfide della scienza e delle nuove tecnologie ad avere sempre al centro la persona». Della complessa figura della futura santa suor Bernadette individua un dettaglio. «Tutta la sua vita spirituale ha attinto dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù e da questo si spiega la sua costante misericordia verso i sofferenti».

Ma a colpire di questa grande religiosa italiana è il miracolo di scampato pericolo che ha permesso la sua proclamazione a santa. «Dopo la sua beatificazione da parte di Giovanni Paolo II – rivela suor Bernadette –, in vista della sua canonizzazione, è stata istruita l’inchiesta diocesana presso la curia di Sinop nel Mato Grosso in Brasile, su un presunto miracolo a favore dell’operaio edile Arno Celso Klauck, che stava lavorando alla costruzione di una casa di riposo dedicata proprio a madre Vannini». E annota ancora: «L’uomo mentre lavorava ha perso l’equilibrio, è precipitato nel vano ascensore compiendo un volo di circa 11 metri. All’interno di questo spazio vi erano pezzi di legno e di ferro, un accumulo di acqua piovana. Nonostante tutto questo Arno è uscito illeso. Per questo la commissione medica nel 2018 ha definito il caso “privo di spiegazione scientifica”». Ad impressionare di questo evento inspiegabile furono le parole proferite dall’operaio brasiliano nel momento della sua caduta nel vuoto. «Egli invocò la nostra fondatrice con le parole: “Madre mia, aiutami”. E questa supplica – è il ragionamento della religiosa brasiliana – simboleggia, a mio giudizio, il richiamo per la nostra madre verso l’umanizzazione delle cure. Per lei il malato non è mai un numero, ma una persona da accogliere, curare e, se possibile, guarire».

Un’eredità, quella di suor Vannini, da vivere ogni giorno nella quotidianità al fianco dei degenti. «“Abbiate cura dei poveri infermi e vedete in loro la persona di Gesù” è il mandato – è la riflessione finale – che ci ha lasciato la nostra fondatrice e che ancora oggi viviamo nel mondo, declinando questa esortazione nelle differenti situazioni che troviamo nei nostri luoghi di missione».

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