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Secondo l'ex presidente degli Industriali reggini «è quanto mai opportuno tenere aperto il fievole dibattito sul tema delle interdittive prefettizie antimafia»

Cuzzocrea: «Più che le mafie si rischia di fermare le imprese»

di Redazione Web 16/10/2019

di Andrea Cuzzocrea * - Dopo i clamorosi dati pubblicati dal Sole24Ore il 23 settembre scorso è quanto mai opportuno tenere aperto il fievole dibattito sul tema delle interdittive prefettizie antimafia mettendo a confronto gli ipotetici benefici che le stesse portano al contrasto del potenziale condizionamento dell’economia, con gli inevitabili effetti collaterali che invece determinano.
Si tratta quindi di stimolare la discussione sulla ricerca del punto di equilibrio tra le contrapposte esigenze, da un lato, di apprestare ogni utile strumento normativo per tenere fuori dall’economia legale ogni forma di criminalità organizzata e i diritti costituzionalmente garantiti alla libertà di impresa, dall’altro.

La citata indagine del Sole24Ore riferisce di 3.782 interdittive comminate dalle Prefetture negli ultimi tre anni con un incremento nel 2019 del 185% rispetto al 2016.
Di queste ben 909 (24%) sono state destinate ad imprese calabresi contro le 655 della Sicilia e le 610 della Campania.
Parametrando il dato al numero di abitanti la Calabria ha avuto il 260% di interdittive in più della Sicilia ed il 340% in più della Campania. Senza considerare che si scrive Calabria ma deve leggersi in particolare Reggio Calabria (in qualche misura Vibo) a conferma che si applicano due pesi e due misure secondo imperscrutabili criteri.

La crescita esponenziale è dovuta essenzialmente a due motivi: il primo è perché da un po’ di tempo a questa parte vengono sottoposte al vaglio prefettizio non solo le imprese che partecipano ai pubblici appalti ma anche quelle che hanno in qualche modo a che fare con la pubblica amministrazione per concessioni, licenze, persino scia, ecc. Il secondo, che più conta in questa analisi, è perché lo strumento, nato come mezzo eccezionale di controllo sociale, lungi il legislatore dal soffermarsi a valutare l’efficacia e l’opportunità di mantenerlo, ha conosciuto nel tempo un sempre più massiccio utilizzo anche sulla base della tendenza tutta italiana ad essere la giurisprudenza a valorizzare presupposti applicativi sempre più generici e vaghi a legislazione invariata.

Ora è noto che le interdittive sono espressione di un potere di pubblica sicurezza demandato al Prefetto che non postula alcun accertamento neppure a livello indiziario. Cosi come è noto, di conseguenza, che l’accertamento è di tipo prognostico probabilistico secondo l’ormai famoso concetto del più probabile che non.
Il punto è che i presupposti applicativi, come dicevamo, si sono nel tempo dilatati al punto da essere definiti “un catalogo aperto” dallo stesso Consiglio di Stato e dalla prevalente giurisprudenza che così orientandosi ha – da un lato attribuito alle prefetture una discrezionalità che rasenta l’arbitrio – facendo, dall’altro, mancare la necessaria effettiva tutela giurisdizionale, imprescindibile in uno Stato di diritto. Senza nemmeno considerare che le conseguenze sfavorevoli afflittive delle interdittive sono di gran lunga più gravi delle misure di prevenzioni sotto il profilo della continuità aziendale.

Analizzando l’andamento economico del settore edile della provincia di Reggio attraverso l’esame del numero di imprese e rispettivi lavoratori iscritti alla cassa edile (grafico 1) si riscontra un crollo del numero di dipendenti (meno 17% negli ultimi tre anni, meno 60% dal picco del 2011) con dato tendenziale ancora in diminuzione a fronte di un andamento regionale di impiegati del settore (dati istat) in ripresa del 23% rispetto al 2015 (grafico 2). Analisi che non ha ovviamente la pretesa di essere esaustiva ma che segna una chiara tendenza.

In conclusione è ancora ammissibile che provvedimenti così invasivi, lesivi del principio di legalità formale e sostanziale, del principio di tassatività, dei principi di libertà economica, siano non solo mantenuti nell’ordinamento ma se ne faccia un uso sempre più massiccio senza alcuna altra valutazione sulla loro effettiva efficacia in rapporto agli effetti collaterali che inevitabilmente producono?
L’impressione è che più che fermare le mafie siffatti strumenti così come applicati fermano le imprese ed i loro lavoratori espulsi senza pietà dal mercato.

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