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L'esperto magistrato prova a fare il punto sulle dinamiche interne alle cosche calabresi

Il Procuratore Paci: «Ora la ’ndrangheta punta sull’Europa»

di Redazione Web 17/10/2019

di Consolato Minniti - «Lo strumento delle interdittive antimafia può certamente essere perfettibile e reso ancor più rigoroso, in modo da circoscrivere i casi in cui lo stesso viene adottato. Non può, però, diventare un alibi, perché riguarda una parte ben definita dell’attività imprenditoriale, ossia i suoi rapporti con la pubblica amministrazione. Non tutta l’attività di un imprenditore».
Calogero Gaetano Paci è uno dei magistrati più esperti su cui può contare la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Procuratore aggiunto ormai da diversi anni, proviene dall’esperienza palermitana, una scuola che lo ha forgiato al meglio, con una formazione che tocca tutti gli aspetti di una professione complessa come quella del pubblico ministero. Da tempo, Paci si occupa della fascia tirrenica della provincia reggina, per ciò che concerne la Distrettuale antimafia. Tocca a lui confrontarsi con famiglie storicamente molto potenti come Piromalli, Molè, Pesce e Bellocco. Lo abbiamo incontrato per chiedere qualcosa di più in tema di economia criminale.

Procuratore, le ultime stime ci raccontano che il fatturato della ‘ndrangheta si aggira sui 55 miliardi, di cui ben 40 investiti al Nord. È un dato che fa riflettere.
È sempre molto difficile quantificare le ricchezze della ‘ndrangheta perché noi disponiamo di elementi oggettivi ma soltanto presuntivi, congetturali, basati su stime che traggono origine da dati reali, cioè da attività di sequestro e confische di beni che vengono attribuiti alla ‘ndrangheta. Un dato è certo: la ‘ndrangheta non investe nel luogo di origine le ricchezze che accumula illecitamente. È una scelta strategica perché la gli ‘ndranghetisti sanno che il livello di attenzione dello Stato verso i fenomeni di arricchimento ed espansione economica è diventato sempre più alto. La ‘ndrangheta ha compreso che è meglio investire al nord, dove non c’è e non ci sarà mai una struttura criminale così come noi la conosciamo. E dove, però, vi è una capacità di ricezione ci nuove attività economiche e capitali molto alta. Si pensi a Liguria, Emilia, Lombardia, Piemonte, Lazio, Veneto. Tuttavia, la vera piazza di riferimento economico della ‘ndrangheta è un’altra.

Quale?
L’Europa. Ciò avviene a causa di una disomogeneità istituzionale e legislativa, poiché non si è in grado di assicurare lo stesso tipo di controllo messo in campo dall’Italia. Noi ci troviamo con l’emergere di fenomeni di arricchimento, di consolidamenti economici in Germania, Olanda, Spagna, Belgio o Slovacchia che si sono consolidati sotto la sostanziale indifferenza o incapacità di analisi da parte delle autorità di quei paesi. E nei rapporti di collegamento investigativo che quotidianamente manteniamo con i colleghi, essi ci manifestano tutto il loro disagio perché si rendono conto che le presenze criminali, attraverso reinvestimento, riciclaggio, intestazione fittizia, o prestanome, nei loro paesi, si sono intensificate. Non solo non vi è una legislazione adeguata, ma mancano le prassi e la formazione necessaria. La nostra è una battaglia impari non perché non siamo in grado di perseguirla dentro il nostro territorio nazionale, ma difficile farlo su quello internazionale.

E la soluzione quale può essere?
Quello che chiediamo alla nostra classe politica è di accelerare il percorso di omogeneizzazione legislativa e investigativa con gli altri Paesi europei, altrimenti resteremo sempre perdenti perché saremo riusciti a intensificare l’azione di contrasto nel nostro paese, ma avremo finito per spostare altrove il territorio di riferimento degli interessi ‘ndranghetistici. Perché la grande capacità della ‘ndrangheta è stata quella di progredire spostandosi nei territori dove è meno forte era il controllo di legalità.

Il 70% del traffico di droga passa dalla Calabria. Rimane ancora la prima attività economica delle cosche?
Il narcotraffico costituisce la principale fonte di accumulazione illecita della ‘ndrangheta, ancora più delle estorsioni e del traffico di armi. Su questo è sufficiente scorrere le statistiche del dipartimento americano di giustizia. Nel mondo occidentale c’è un consumo di droga altissimo, peraltro non più solo limitato alla cocaina, ma anche all’eroina e a tutte le droghe di provenienza oppiacea, non ultimo il fentanyl.

La ‘ndrangheta, che ha saputo conquistare credibilità e fiducia da parte dei grandi cartelli messicani e colombiani, è una dei partner mondiali.
In Calabria c’è il porto di Gioia Tauro, ma non sempre è stato considerato il punto di riferimento della ‘ndrangheta. Anche qui, negli anni, le tecniche di indagine sempre più raffinate hanno consentito di intercettare, nel momento del transhipment, i container destinati spesso anche altrove e sui quali la ‘ndrangheta aveva messo una propria ipoteca di garanzia e di percentuale nello smistamento. Tutto questo ha indotto le organizzazioni a spostare verso altri porti il passaggio di container, come Genova, Livorno o talvolta i porti direttamente riconducibili a paesi europei dove operano i broker, come Anversa, Amsterdam. E qui sono cominciate le nostre difficoltà perché non sempre siamo stati nella condizione di poter intervenire. Un dato è certo: nelle intercettazioni acquisite nei nostri processi abbiamo tantissimi riferimenti ai luoghi, anche europei, dove la ‘ndrangheta riesce a collocare la cocaina. E dimostra capacità d’azione planetaria.

La classe imprenditoriale è molto critica nei confronti delle interdittive antimafia. Lei che idea ha in merito? È uno strumento efficace oppure occorre sistemare qualcosa?
L’interdittiva antimafia, come tutti gli strumenti di carattere amministrativo e non giurisdizionale, può prestarsi ad interpretazioni non proprio rigorose. La legge che le ha formulate originariamente ne prevedeva un uso molto limitato. Talvolta è accaduto che la loro utilizzazione sia avvenuta sulla base di meccanismi presuntivi. Abbiamo potuto verificare, però, che quando queste sono state impugnate davanti alla giustizia amministrativa, in alcuni casi, percentualmente molto ridotti, sono state revocate. E questa è la prova che il sistema funziona e chi ha delle buone ragioni per contro dedurre rispetto ad una prospettazione amministrativa di possibile condizionamento nella propria attività economica, fa bene a farlo. Questo argomento delle interdittive antimafia, però, non può diventare un alibi perché riguarda una parte ben definita dell’attività imprenditoriale, ossia quella dei rapporti con la pubblica amministrazione, non tutta l’attività di un imprenditore. Lo strumento dell’interdittiva può essere perfettibile e reso ancor più rigoroso in modo da circoscrivere i casi in cui lo stesso viene adottato. Per esempio non è sufficiente che Tizio sia parente di Caio per dire che c’è un condizionamento di tipo mafioso. Bisogna analizzare come quella società si è comportata sul mercato, quali sono i suoi fornitori, quali persone ha inserito nella struttura, quale la posizione nei confronti degli obblighi contributivi e della normativa sulla sicurezza. Non si può fare un automatismo. Sarebbe eccessivo. Per quella che è la mia esperienza, però, è raro trovare una interdittiva che sia basata esclusivamente sul rapporto parentale.

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