accedi | registrati | 15-12-2019

Daniele Castrizio viaggia tra Reggio e Messina dal 1982 e rimpiange «l'ebbrezza del rischio sui fragili e velocissimi aliscafi» di quando era studente

Il prof-pendolare: «Soli e strumentalizzati dalla politica»

I viaggiatori lasciati soli mentre i politici pensano agli interessi di bottega

di Redazione Web 12/11/2019

di Daniele Castrizio * - Premetto che sono pendolare dello Stretto dal 1982, e non sono tra quelli più anziani che viaggiano sulle navi da una vita e che mi fanno compagnia con la loro familiare presenza. Ho utilizzato tutti i mezzi di comunicazione che sono stati messi a disposizione dallo Stato e dai privati negli ultimi trentasette anni, aderendo a tutti i “Comitati mo’ torno” succedutisi: il soprannome deriva dall’abitudine dei leader dei suddetti comitati ad avere sempre qualche altro impegno fuori sede, che richiedeva il loro ritorno a casa per difendere qualche scampolo di dignità dei pendolari senza diritti, sottomessi a tutte le logiche aziendali e a tutti gli interessi dei privati.
Ho vissuto tutte le stagioni: da studente quella dell’Edra e della Secondo Aspromonte (mi chiedevo sempre che fine avesse fatto la Prima Aspromonte) delle Ferrovie dello Stato, riuscendo a fruire del magnifico servizio degli aliscafi privati solo quando superavo positivamente un esame, giacché il loro costo era insostenibile per le mie finanze.
Ricordo anche che mi lagnavo assai per il servizio, anche se era impagabile viaggiare con il profumo del sugo in ebollizione sulle navi dello Stato o con quell’ebbrezza del rischio sui fragili e velocissimi aliscafi. Stolto che ero! Quello che venne poi è stata una continua caduta verso
il caos e l’anarchia, con anni quasi senza navi, e con sacrifici aumentati, per poi assistere a un timido ritorno delle Ferrovie dello Stato, che diedero un contributo significativo fino al drammatico incidente della Segesta. La nave veloce speronata io la sentivo come casa mia, e trovarla ferita, piagata, con i morti che conoscevo, è stata una esperienza vissuta come un lutto personale.
Poi tornò la provvisorietà, l’aumento del tempo di percorrenza, un servizio non all’altezza delle necessità delle due città sorelle, nelle quali oggi risulta impossibile poter assistere a uno spettacolo o semplicemente cenare oltre lo Stretto, senza dover affrontare improponibili costi di traghettamento di auto.
La verità è che anche in questo caso siamo stati lasciati a noi stessi, con i potentati politici ed economici che hanno utilizzato l’emergenza per speculazioni utili al proprio interesse di bottega.
Personalmente, oggi non sono più in grado di servirmi delle navi dal porto di Reggio, con orari striminziti, e devo imbarcarmi a caro prezzo sui mezzi privati a Villa, con tutto lo stress aggiuntivo degli infiniti cantieri Anas (sto svolgendo uno studio su due tipologie di operai: gli “sbandieratori” e i “guardoni”, la cui utilità lascio ricercare ai lettori …) e del parcheggio nelle prossimità del porto villese, subendo la continua occupazione abusiva di suolo pubblico da parte di quei “cittadini” che considerano il parcheggio davanti casa come loro personale possesso. Stress su stress: vivere nel profondo sud comporta molti pedaggi da pagare.
Lasciatemi spendere un’ultima parola per il sistema di attraversamento dello Stretto nella Storia, avendo dovuto studiare come gli antichi abbiano risolto logisticamente nel corso dei secoli tale problema.
La prima considerazione è che le scelte sono sempre state operate in Sicilia: quando, nell’epoca greca e romana, il traghettamento partiva da Capo Peloro, a Porticello c’era il punto di approdo, Stilida, contrassegnato dalla splendida statua di Poseidone dello Stretto; quando il mare ci rubò la spiaggia e la colonna finì in mezzo alle onde, in epoca bizantina ci si attrezzò a Santa Maria del Faro a Cannitello, vicino alla chiesa che richiamava espressamente un culto legato al porto di Costantinopoli; quando i Messinesi spostarono l’approdo a Boccetta, da noi fu realizzato il “Palazzo” di Catona; quando in Sicilia decisero di utilizzare Rada San Francesco, fondammo Villa, proprio per il traghettamento.
Ora che di là si promuove Tremestieri, dove dovremo ubicare il terminale calabrese? Per me, dal punto di vista della continuità storica, l’unica soluzione sarebbe quella di tornare a nord di Reggio, lasciando la città al di fuori del traghettamento pesante, come è stato negli ultimi tre millenni.

* ordinario di Numismatica Università di Messina

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