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Mimmo Calopresti, dopo quattro anni dal suo ultimo film, ritorna al cinema con «Aspromonte, la terra degli ultimi»

Il regista Calopresti fra gli «ultimi» dell’Aspromonte

di Redazione Web 17/11/2019

Nella terra dove pochi vivono, in quella terra dove le madri muoiono di parto e il potere vuole governare, in quella terra chiamata Aspromonte ci sono gli ultimi, che «rispettano padri e poeti» e che vorrebbero essere considerati uomini e non bestie. Mimmo Calopresti, dopo quattro anni dal suo ultimo film, ritorna al cinema con Aspromonte, la terra degli ultimi, una storia ispirata alla realtà e a un romanzo di Pietro Criaco, Via dall’Aspromonte.

Lo ambienta negli ultimi mesi del 1951 quando Africo era un paesino ancora abitato e l’alluvione non aveva devastato il territorio. E parte da un’idea “mistica”, quella della costruzione di una strada, che collega le valli montuose calabresi alla città. Una strada che è un principio di civiltà, una necessità per la popolazione e anche per la maestra arrivata dal Nord, Marina ( Valeria Bruni Tedeschi) che con i suoi guanti di pelle e la sua pelle diafana non teme di sporcarsi le mani. E nelle sue classi – dove i bambini non sanno cosa sia il mondo e non hanno mai viaggiato – fa entrare, qualche volta, anche Ciccio Italia, ’U Poeta (Marcello Fonte), che di anni ne ha molti più dei suoi alunni, ma che ha, più di tutti, fame di sapere e di scrivere. La morte di una donna in gravidanza e del suo neonato, non arrivati in tempo nel paesino dove sarebbe stata curata, è l’inizio di tante storie, rivelatrici di un Sud arcaico, primitivo, negletto che è costretto, per affermare i propri diritti, a usare la violenza; anche se, dal punto di vista del popolo, mai efferata. «Gli ultimi sono spesso percepiti come un problema – spiega Mimmo Calopresti – ma il mio cinema racconta le persone, che non si identificano solo con i problemi che vivono, ma sono quel qualcosa in più che conduce all’amicizia, alla paternità, all’amore. L’universo degli esseri umani è enorme. Ogni persona è quello che è e deve cercare di esserci in questo mondo: il cinema offre la possibilità di raccontarsi, di esistere. Questa è un principio di democrazia, quella vera che non impone l’uguaglianza, che non crea masse di persone che devono seguire la stessa direzione».

Di desiderio di democrazia, di vera dignità e di sogni ne sono pieni i personaggi raccontati in questo film, che esce in sala ma che, probabilmente, avrebbe avuto una vita più piena in televisione. La bella regia entra in quei volti e in quelle valli e allarga sempre lo sguardo dello spettatore. E se le musiche a volte sono troppo invasive (anche se a firmarle è il premio Oscar Nicola Piovani) in Aspromonte - La terra degli ultimi si fa fatica a percepire un’unità narrativa ampia. Forse per le pause emotive, per gli attori non professionisti (alcuni sono volti noti come Elisabetta Gregoraci e Romina Mondello) il film non riesce fino in fondo a prendere la testa e il cuore.

Eppure ha il pregio, anche produttivo, di raccontare una storia diversa, nostra, così italiana, così profonda. Racconta quel Sud fatto da uomini veri, fedeli alla Patria (come Peppe, il personaggio interpretato da Francesco Colella, o come la maestra Marina ispirato al patriota Umberto Zanotti Bianco) che hanno combattuto con le idee e difeso l’Italia, ma che vorrebbero, invece, essere fedeli a sé stessi, e quel Sud rovinato da pochi uomini di potere che regolano la vita propria e degli altri con la minaccia e il potere, come don Totò (Sergio Rubini). Non è un film riuscito Aspromonte - La terra degli ultimi, però è un film autentico, che prova a raccontare, senza pietismi, l’immigrazione resiliente.

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