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Don Dieni: «In ginocchio davanti a Gesù risorto»

Il sacerdote racconta la sua vocazione e come ogni giorno si affidi a Dio nelle fatiche e nelle difficoltà di essere ministro nel mondo

di Sergio Conti 21/11/2019

È sacerdote da 34 anni don Giuseppe Dieni, parroco di San Sperato. La sua vocazione è nata nelle aule universitarie, a Messina, proprio quando, insieme ad altri ragazzi appartenenti al gruppo di Comunione e liberazione, stavano pregando per avere un prete che li accompagnasse nel percorso di fede. Fu il suo parroco di Melito (città natale di don Dieni) un pomeriggio di un sabato, viaggiando in macchina, che gli mise la classica pulce nell’orecchio. Don Malara, insieme a quattro universitari, discuteva proprio delle vocazioni. «Ma se uno di voi fosse chiamato al sacerdozio, cosa risponderebbe?» se ne uscì improvvisamente don Benvenuto. Era una chiamata che veniva dall’alto attraverso uno strumento inatteso e don Giuseppe sentì quella domanda rivolta proprio a sé stesso e alla sua vita. Da quel giorno ci pensò a lungo, per tutta la settimana. Era un interrogativo che lo consumava internamente, tanto che scelse di vagliare questa chiamata, di fare un periodo di discernimento. Don Giuseppe non poteva immaginare che da quel sabato Dio gli avrebbe cambiato radicalmente la vita.

Non è diventato medico, come aveva progettato, ma a suo modo cura ugualmente le persone. «Quelle sofferenti, malate, anche nell’anima».

Come mai ha scelto questa direzione pastorale per la sua parrocchia, ovvero la preghiera?

«Perché è fondamentale rimettere al centro Gesù Cristo, poi viene tutto il resto, che è buono e serve alla vita dei cristiani. Ma se prima non hai una relazione quotidiana con Dio, come fai a evangelizzare?».

Bella domanda.

«Per me la celebrazione eucaristica e l’altare in particolare rappresentano tutta la dimensione della mia vita, perché è il centro della mia vocazione sacerdotale.

Consideri che tutto viene recuperato nella celebrazione eucaristica, la stanchezza, la fatica di essere prete».

«Sa perché i giovani oggi sono lontani?».

Si sarà fatto un’idea anche lei.

«Certo, li vedo impegnati in tutto, ma vivono questa realtà di separazione, di allontanamento da Dio.

Bisogna ripartire dalle cose stabili, dalle certezze, come può essere la presenza

del Signore nella tua vita, nel concreto».

Se io non ci credo, tutto questo discorso è vano, non trova?

«Tutti cerchiamo la felicità, credenti e non, tutti aspiriamo a essere felici. Se solo mi lasci un’occasione, ti faccio scoprire che quella pienezza ti riempi la vita: é il Signore a regalartela».

Poi però ci sono le fatiche di ogni giorno?

«Non dobbiamo dimenticare che Dio si serve di noi e ci chiama continuamente e ci spinge a viverlo in pienezza nella quotidianità. Anche la croce, la sofferenza, è resurrezione perché è presenza del Signore nella tua vita».

Anche nel dolore di una morte?

«Anche nel dolore, nella malattia, tu offri e vivi l’offerta di te al Signore».

Quindi tutto quello che ci capita è santo perché volontà di Dio, è parte di un progetto di bene?

«Ogni cosa è buona, tutto è grazia del Signore nella tua vita, tutto è un dono». (s.c.)

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