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La Cei ha finanziato l’idea progettata dal missionario padre Bentoglio e dai soci della Cooperativa Demetra

La fattoria didattica nel terreno confiscato ai clan

di Federico Minniti 21/11/2019

Dalla ‘ndrangheta ai migranti. Gli 11 ettari di Melito Porto Salvo ospiteranno la fattoria didattica della Cooperativa Demetra, l’idea è stata «premiata» dalla Conferenza episcopale italiana attraverso un finanziamento che ha sostenuto il primo step progettuale dall’agosto 2018 al luglio 2020. A raccontarci di questa esperienza è Cristina Ciccone, presidente della cooperativa, che assieme a padre Gabriele Bentoglio, missionario scalabriniano e parroco della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo in Sant’Agostino a Reggio Calabria, ha pensato a questo percorso, «Artefici del nostro futuro sulle orme del beato Giovanni Battista Scalabrini», un piano d’azione per intervenire in aiuto dei migranti vulnerabili a causa degli abusi subiti durante il viaggio o nei territori della Calabria dopo lo sbarco.

«Ci siamo resi conto che tantissimi giovani adulti – racconta Cristina Ciccone – una volta finita la prima accoglienza si trovavano per strada senza avere la possibilità di autosostenersi. Insieme a padre Gabriele Bentoglio, rilevando questo fenomeno, abbiamo cercato l’attenzione della Cei per mettere i vulnerabili al centro del nostro agire in un cammino di autodeterminazione».

Inizia così l’iter di ascolto e orientamento per provare a soddisfare i bisogni primari di persona che non hanno nulla. Si tratta di colloqui personali fondamentali per strutturare i percorsi personalizzati per ciascun migrante. «Ad animare la nostra azione – prosegue la presidente della Cooperativa Demetra – è la volontà di cambiare». Un desiderio condiviso da quanti hanno sottoscritto il patto di accoglienza accettando le condizioni poste dal progetto. Sono dieci migranti residenti in un appartamento alle spalle della parrocchia guidata da padre Bentoglio nel cuore del centro storico di Reggio Calabria. E altri quindici che, seppur vivendo in modo autonomo, hanno seguito gli step iniziali di «Artefici del nostro destino ». E per essere tali, cioè protagonisti della propria vita, si è partiti dalla gestione del proprio io, attraverso la cura della casa, ma anche l’attenzione alle necessità sanitarie e legali di ciascuno. Non sono, poi, mancate attività di integrazione sociale, come lo studio e il volontariato.

«Ogni ragazzo è riuscito a scavare in sé stesso, tirando fuori le propensioni che sentiva più vicine », spiega la Ciccone. Sono giovani dai 18 ai 27 anni che si sono sottoposti ai mesi di prova per sperimentarsi con accanto tutor e formatori in forza alla Cooperativa Demetra, una realtà giovane, ma dinamica che ha cinque operatori contrattualizzati oltre altri consulenti che prestano il proprio servizio in base alle esigenze.

Loro hanno accompagnato i 25 migranti vulnerabili alla scoperta di sé. Tanti lavorano, oggi, nel campo della ristorazione e ricettività, altri in fabbrica. Quasi tutti lontani da Reggio Calabria. Uno di loro gioca a calcio in una squadra professionistica in Francia. Insomma sono diventati «artefici del proprio destino» come dichiara il titolo del progetto sostenuto dalla Cei. Qualcuno è rimasto in Calabria, forse con la sfida più ardua. Si tratta di Michael che ha spostato l’idea della fattoria di Placanica, a Melito Porto Salvo. Ha fatto arrivare in Italia anche sua moglie e i figli. Oggi lavora con la Cooperativa Demetra.

Nel bene confiscato è stata coltivata ex novo una piantagione di bergamotti che ancora non è andato in produzione, ma che rappresenterà il core business del sito. Già oggi, però, sono sul mercato ortofrutticolo, gli agrumi (limoni, clementine, arance e cedri) degli alberi di Placanica, così come il “grezzo” per le marmellate di pere e l’olio. Tutti prodotti immessi nei canali equo–solidali. Ma non solo: l’agricoltura sociale di Demetra, «è un’attività terapeutica» in quanto porta benessere alla terra attraverso le colture biologiche utilizzate, ma anche ai lavoratori che ritrovano la dignità dell’occupazione. Nelle legalità.

Da subito Michael ha dovuto fare i conti col passato di quel terreno in cui lui alleva i “suoi” animali. L’appezzamento era di proprietà della cosca Iamonte, una delle più potenti di tutta la ‘ndrangheta unitaria. «Ormai non si contano più atti vandalici e incedi che abbiamo subito, l’ultimo è stato lo scorso agosto – confida la presidente Ciccone – a tal punto di dotare la stalla di un sistema di videosorveglianza». Loro, gli Iamonte sono una famiglia di macellai e nel loro terreno, invece, è nata la prima fattoria didattica dell’area dove andranno in visita le scolaresche dell’hinterland metropolitano

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