accedi | registrati | 15-12-2019

Avvento, tempo di profezia

La riflessione del presidente della Conferenza episcopale calabra, monsignor Vincenzo Bertolone

di Vincenzo Bertolone * 02/12/2019

«Saper essere pronti è una grande cosa! È una facoltà preziosa che implica fermezza, analisi, colpo d’occhio, decisione. Saper essere pronti è anche saper partire, è saper finire. Saper essere pronti è, in fondo, anche saper morire».
Giova prendere a prestito le parole dello scrittore Henri-Frédéric Amiel per inserire nella giusta cornice il periodo che è iniziato ieri. Dicembre, infatti, si apre con l’Avvento, un tempo liturgico forte che implica prontezza e attenzione ed è contrassegnato dalla lettura dei profeti. La loro voce è essenziale: rivela una presenza segreta e trascendente negli eventi che permette di andare oltre la mera fattualità, che in genere – osservava Pascal – riduce l’uomo «a non sapere chi ci ha messo in questo angolo dell’universo, che cosa siamo venuti a fare e che cosa diventeremo morendo».
È necessaria, quella presenza, specie in un’epoca costellata di nefandezze e crudeltà che se da un lato sembrano aver condotto ormai all’assuefazione, dall’altro suggeriscono di non abbassare la guardia. Tanti sono i segnali che quasi ti fanno restare sveglio anche di notte, tante sono le paure del mondo intorno a noi – e a volte, dentro di noi – che pullula di cattivi soggetti ben vestiti, senza cielo né terra. Si vive spesso da utenti della vita e non da viventi, senza sogni e senza mistero, senza accorgersi di nulla: di chi ci rivolge la parola, di centinaia di naufraghi a Lampedusa o del povero alla porta e senza vedere questo pianeta avvelenato, umiliato e la casa comune depredata da gente impossibile e da stili di vita insostenibili.
Il relativismo etico e l’individualismo sono diventati cultura di massa: la sovrabbondanza ha reso concretamente praticabile la radicale autonomia individuale, accentuata ulteriormente negli ultimi anni dai social media, fino al punto che anche i credenti in buona parte si mostrano convinti che in fondo una religione vale l’altra, che dogmi e dottrina devono cedere il passo al benessere individuale, spirituale o meno. «Dinanzi alla drammaticità di questa esperienza», scriveva già San Giovanni Paolo II nella Fides et ratio, «l’ottimismo razionalista che vedeva nella storia l’avanzata vittoriosa della ragione, fonte di felicità e di libertà, non ha resistito, al punto che una delle maggiori minacce, in questa fine di secolo, è la tentazione della disperazione». Ecco, allora, il bisogno di una luce che sappia sempre illuminare il cammino e di una voce che guidi i passi. Non si deve avere paura: occorre proporre di cercare e guardare il volto di Cristo anziché ripiegarsi sulla propria coscienza di sé. Serve l'attenzione vigile delle sentinelle, per accorgersi della sofferenza che preme, della mano tesa, degli occhi che cercano e delle lacrime silenziose che vi tremano. E dei mille doni che i giorni recano, delle forze di bontà e di bellezza all'opera in ciascuno, di quanto Dio vive in noi. Vale, più che mai, l’invito di Bertolt Brecht: «Sotto il familiare scopri l’insolito, sotto il quotidiano osserva l'inspiegabile. Che ogni cosa che diciamo abituale, possa inquietarti».

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