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Monsignor Santoro: «Occuparsi degli over 30»

Il Vicario generale analizza il documento del vescovo sulla programmazione pastorale 2020 fornendo ulteriori spunti.

di Salvatore Santoro 09/12/2019

Il vescovo offre alla diocesi un documento – articolato e chiaro – che contiene le indicazioni pastorali per l’anno che stiamo vivendo. Come si può notare, si tratta di un vero percorso di «esercizi di sinodalità» che ha come primo obiettivo «restituire» al tessuto connettivo della diocesi (cioè le parrocchie, le associazioni, i gruppi ed i movimenti ecclesiali) la responsabilità di un sano e necessario «protagonismo» ecclesiale, fatto di ascolto, discernimento, di coraggio profetico nell’individuazione di snodi pastorali, di scelte operative concrete e possibili.

Indubbiamente il tema di questo percorso sinodale è stato (ed è) particolarmente delicato, perché tocca il cuore dell’impegno di tutti i battezzati – soprattutto dei laici – a vivere in modo attivo, responsabile e, appunto, da credenti l’appartenenza alla società civile, proprio come «cittadini degni del Vangelo»: forse ci si sarebbe potuto attendere qualcosa in più dal confronto emerso negli incontri tenuti con le realtà ecclesiali presenti nelle singole zone vicariali, ma siamo solo all’inizio dell’anno pastorale, per cui confidiamo che, pian piano e con pazienza, si possa entrare più «nel vivo» delle riflessioni proposte da monsignor Morosini.

Da più parti è emersa l’urgenza di «ripartire dagli adulti» per elaborare percorsi formativi che diano lo spessore di una realtà ecclesiale davvero matura nella fede ed esemplare nella vita. Il documento del vescovo stigmatizza il fatto che, aver impiegato un considerevole impegno di energie a favore della catechesi (anche e soprattutto di tipo sacramentale) per i fanciulli, i ragazzi ed i giovani, ha, forse, distratto l’attenzione della comunità ecclesiale rispetto ad un mondo che appare gravemente disorientato e disorientante, sia sul piano della testimonianza e della trasmissione della fede, sia della conversione della fede in vita. Se i ragazzi ed i giovani fanno fatica a dare continuità ai percorsi catechetici ricevuti in vista dei sacramenti, o se, di fatto, li vediamo poco presenti ed incisivi all’interno delle nostre comunità ecclesiali, è, certo, a causa della fatica a realizzare il necesario rinnovamento dei linguaggi catechetico–formativi e delle «strategie pastorali» (se mi si consente l’uso, non proprio felice di questo termine) che li sostengono, ma, indubbiamente, pesa anche moltissimo l’assenza di adulti «credenti, credibili e creduti», che siano paradigmi efficaci e riconosciuti da parte dei giovani.

Questo è un grave ed urgente problema che tocca tutti (laici, preti, educatori, catechisti, insegnanti, genitori e politici) e che non ammette ulteriori dilazioni sul piano della verifica delle fragilità esistenti, e dei necessari e coraggiosi processi di rinnovamento, che sono invocati ed attesi da tutti. Certo è che, come ben scrive monsignor Morosini, se continueremo a preoccuparci solo della formazione (a tutti livelli) dei fanciulli e non porremo attenzione alla continuità di questa formazione per il mondo degli adulti – proponendo cammini di fede che non riescano intercettano le domande di senso della vita – non potremo garantire un futuro gravido di speranza nè per la Chiesa nè per la società civile. La Chiesa non deve dimenticare di essere, nel mondo, come «l’anima nel corpo», per riprendere una felice metafora della Lettera a Diogneto (Documento della Chiesa del II–III secolo dopo Cristo). Si tratta di porre in essere proposte pastorali che presentino l’appartenenza alla «Città di Dio» come un tutt’uno con l’appartenenza alla «città degli uomini» (per dirla con termini presi dal linguaggio di Sant’Agostino).

Abbiamo urgente bisogno di ripartire da una capillare pastorale d’ambiente che evangelizzi (o rievangelizzi) tutti i segmenti della vita; dobbiamo trovare il coraggio e l’umiltà di abitare da cristiani il mondo del lavoro, la famiglia, le complesse e nuove agorà della cultura (ma anche della subcultura) che caratterizzano il nostro tempo; dobbiamo avere il coraggio di vivere la sfida del secolarismo (che di sente, ormai, anche da noi) con risposte adeguate e non prefabbricate; dobbiamo riscrivere l’impegno della politica con la grammatica del Vangelo e lo stile del servizio. Dobbiamo avere il coraggio della denuncia di ogni forma aberrante di devianza morale o di appartenenza delinquenziale (e il nostro vescovo non perde occasione per richiamare tutti a questa ineludibile e grave responsabilità) senza, però, smarrire il proprium della fede che è l’annuncio, per tutti, di una possibilità di riscatto e di conversione di vita, senza del quale annuncio, ogni (pur necessaria) denuncia rimarrebbe sterile e fine a se stessa. Dobbiamo, soprattutto, rimettere «al centro» Gesù, la sua Parola, con una vita spirituale più intensa e curata. L’augurio che possiamo farci è che, forti delle radici buone della fede trasmessa e vissuta, nella nostra diocesi, da tanti bravi laici e sacerdoti (veri educatori della «speranza affidabile» del Vangelo), sappiamo davvero generare frutti altrettanto buoni, per un mondo che ha tanto bisogno di Dio, ma che ha altrettanto bisogno di uomini e donne che sappiano tracciare i percorsi giusti per poterlo incontrare. * vicario generale Reggio–Bova

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