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Per scelta di vita o per costrizione degli eventi della vita, sono costretti a vivere una vita disagiata

Strade sempre più piene, effetto della cultura dello scarto

di Redazione Web 17/12/2019

Per scelta di vita o per costrizione degli eventi della vita, sono costretti a vivere una vita disagiata, qualcuno li chiama clochard, altri barboni anche se sarebbe un termine da scartare perché è politicamente e più umanamente corretto usare senzatetto, ma non rende appieno l’idea. Qualunque termine si voglia usare, al giorno d’oggi ci sono parecchie persone in precarie condizioni di vivibilità, quelli che non trovano di meglio che un cartone per potersi riparare dal freddo durante il riposo notturno trascorso su una panchina o sotto i portici.

Strisciare per terra con vergogna. Inginocchiarsi sotto i portici della strada del passeggio con le mani sporche e tese nel gesto di chiedere la carità. Sfidare la notte che si fa gelida. E la neve, che cade in continuazione, ma non è né dolce né tantomeno poetica tra ragazze eleganti e cavalieri galanti. Ma senza cuore. Questa è la storia di un viaggio dei disperati nelle città, fatto da chi sfila ridendo davanti agli ultimi, per andare a cena al ristorante. Abituata o disinteressata verso chi ha soltanto un cartone su cui dormire. Il freddo è il nemico numero uno per questi disagiati.

Si era accennato ad un progetto di assistenza contro il freddo, ma i recenti ritrovamenti di cadaveri fa pensare che quel progetto non sia andato in porto. Su internet esistono alcuni blog che denunciano la poca dignità, la poca attenzione che il mondo della politica ha dato nei confronti di questo problema. Il senzatetto appartiene ad una «popolazione» affacciata sul vuoto a ridosso di un abisso pieno di dolore e povertà. Sono molti uomini e donne che vivono in Italia: si stima siano 90mila unità che hanno costruito un mondo invisibile dove quasi mai si fanno vedere, tranne quelli che chiedono l’elemosina. I clochard non amano esporsi alla luce, forse perché privi di ombra, forse perché hanno vergogna di mescolarsi agli altri, i cosiddetti “normali”.

Sono infagottati di stracci, carichi di sacchetti al cui interno c’è tutta la loro “ricchezza”, quello che racimolano in giro come scarti di cibo, stracci, scarti inutilizzati dalla società e cartoni per ripararsi. Vite prive di qualsiasi cosa, materiale o affettiva, non hanno nessun punto di riferimento se non una panchina o un portico per passare la notte.

Vite di uomini e sempre più di donne, molti di loro anziani, ma sempre più spesso anche di giovani. Vite di persone che hanno scelto un’esistenza basata sulla libertà, ma soprattutto di persone ammalate, disconosciute dai familiari, tossicodipendenti, ex carcerati o pazienti dimessi dai manicomi. Ci sono però anche disoccupati, immigrati, sfrattati, emarginati per gli innumerevoli casi della vita.

Tutte queste categorie di persone cadute in disgrazia sono uno scossone al nostro intorpidito senso di giustizia. Sono costretti ad umiliarsi per chiedere un pezzo di pane oppure qualche spicciolo, poiché dalla vita, nella loro vita, non hanno ricevuto nulla, oppure il destino ha voluto prendersi gioco di loro, volontariamente o meno. A loro difesa, spesso basterebbe poco per restituirgli dignità, un senso per vivere: un lavoro per il disoccupato, una cura per chi è ammalato o drogato, una stanza per chi la casa l’ha persa.

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