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I braccianti immigrati reagirono contro lo sfruttamento e la violenza della ’ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori fuori legge. Ma cambiare le cose sembra impossibile

10 anni fa. Dopo la rivolta di Rosarno: nulla è cambiato, anzi...

di Toni Mira 08/01/2020

Un ragazzo africano cammina lentamente con una busta di plastica in mano. Si ferma davanti a un cassonetto dei rifiuti. Rovista all’interno e tira fuori della frutta mezza marcia che infila nella busta. Bartolo ferma l’auto. Scende. «Hai fame? Vuoi qualcosa da mangiare?». E tira fuori dal baule pasta, riso, latte, biscotti. Il ragazzo lo guarda prima stupito ma poi gli occhi si illuminano. «Grazie papà. Buona giornata».

Comincia così, poco dopo l’alba, la nostra giornata del ricordo. È il decennale della rivolta di Rosarno quando il 7 gennaio 2010 i braccianti immigrati reagirono contro lo sfruttamento e la violenza della ’ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori fuori legge. Allora eravamo qui e ci accompagnava proprio Bartolo Mercuri, "Papà Africa", presidente dell’associazione "Il Cenacolo", che da vent’anni è al fianco dei poveri e degli abbandonati, immigrati e italiani, soprattutto i più nascosti.

In questi dieci anni è stato la nostra guida, assieme a don Roberto Meduri, altro "angelo" degli immigrati, parroco di S.Antonio al Bosco di Rosarno, contrada da dove partì la rivolta. E anche quest’anno Bartolo ci aiuta a trovare gli "invisibili" e a riflettere su cosa stia accadendo.

«Dopo 10 anni non è cambiato niente. Solo che non c’è più la baraccopoli. Ma i ragazzi vivono sempre allo stesso modo». La terribile e disumana baraccopoli di San Ferdinando, dove vivevano più di duemila persone, è stata smantellata il 6 marzo 2019, ma nulla è stato fatto per dare un’accoglienza degna ai lavoratori immigrati che comunque anche quest’anno sono arrivati per la raccolta degli agrumi.

Necessari ma sempre sfruttati e, questo anno, sempre più nascosti. Solo all’alba compaiono riempiendo ogni incrocio in attesa di essere presi dai caporali. «Vanno a prostituirsi», ci dice come dieci anni fa Bartolo. Parole forti, ma rendono la scena. Sono davvero tanti. All’incrocio dopo il ponte sul fiume Mesima sono addirittura un centinaio.

Ma noi andiamo oltre, infilandoci in stradine sterrate nelle campagne al confine tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia. «I ragazzi sono terrorizzati, si nascondono, hanno paura di essere cacciati» ci spiega Bartolo. È l’effetto del decreto sicurezza che eliminando il permesso di soggiorno per motivi umanitari ha trasformato queste persone in irregolari, ancor più fragili sul mercato del lavoro, ancor più vittime dello sfruttamento.

Ecco una prima casetta, senza acqua e luce. Non ci sono neanche infissi, solo cartoni e coperte. Ci stanno in venti. Ci accoglie uno di loro che scarica volentieri i viveri. La scena si ripete in altri casolari, poco più che tuguri. Alcuni isolati, altri a formare picci borghi dell’emarginazione. In uno vivono in duecento. Su una casetta qualcuno ha scritto "Africa" con vernice arancione.

Altro casolare, altra sosta. Samba ci racconta di aver lavorato anche a Saluzzo, raccogliendo uva e ciliegie. «Ma è meglio qua. Anche se quest’anno c’è poco lavoro». Rientriamo a Rosarno. Ci fermiamo in uno dei luoghi di dieci anni fa, "la Rognetta", una ex fabbrica dove vivevano in più di 400. È stata abbattuta e nell’area è stato realizzato un parco pubblico. Uno dei pochi cambiamenti di questi anni.

Lasciamo Rosarno e raggiungiamo Rizziconi. Bartolo non fa distinzioni. Ci fermiamo da due famiglie povere di italiani, con sei bambini. Una delle mamme è incinta e chiede se abbiamo del latte. C’è e anche il resto. «I padri non lavorano, come gli immigrati. I poveri sono poveri e basta, non è il colore che conta» commenta Bartolo, questa volta "papà Italia".

In un casolare in contrada Marotta vivevano in venti. Poi qualcuno ha bruciato la baracca dove pregavano e sono andati via. Ora quattro sono tornati. Uma del Burkina Faso è in Italia dal 2009, ricorda la rivolta ma non ne vuole parlare.

Come un altro immigrato che sta in Italia da 13 anni («Ho fatto l’operaio a Napoli. Sono un bravo saldatore ma qui non c’è lavoro») e vive in un casolare di Collina di Rizziconi, dove nel 2010 c’era una vera favela, piccole baracche di sacchi di plastica, legno e scotch, e trecento persone. Ora ci sono solo gli ulivi, non curati. Eppure è confiscato alla ’ndrangheta dal 2005. Poi abbandonato. Usato solo dagli immigrati.

Poi neanche più da loro. Anche perché sono stati minacciati. Invece in un altro terreno confiscato, in contrada Russo Spina di Taurianova, vivono più di 250 immigrati, in casolari diroccati, baracche, roulotte e perfino nelle porcilaie.

Anche qui scarichiamo viveri e vestiti portati da Bartolo, che ascolta attentamente problemi sanitari e di documenti, dando preziosi consigli. Finiamo il giro e raggiungiamo la nuova tendopoli di San Ferdinando, realizzata nel 2017.

Attualmente ospita circa 450 persone, il massimo previsto, «ma ogni notte 35-40 persone scavalcano la recinzione ed entrano – ci dice il sindaco Andrea Tripodi – per dormire nella tenda moschea. E questo perché dopo lo smantellamento della baraccopoli non è stato realizzato nulla. Ci sono state omissioni e insipienza e soprattutto è mancata una politica organica rispetto a questo fenomeno».

E di fronte alla tendopoli ci sono ancora i cumuli dei resti delle baracche, tonnellate di rifiuti pericolosi lì da dieci mesi. «I fondi promessi dall’allora ministro Salvini non sono mai arrivati» torna a denunciare il sindaco.

Solo promesse non realizzate in questo decennale.

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