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Questione di classe: il caso delle scuole sempre più di élite

Sempre più spesso, genitori e docenti puntano a «qualificare» le scuole in base allo status sociale

di Alberto Campoleoni 21/01/2020

«A cosa serve la scuola pubblica? La scuola dovrebbe sempre operare per favorire l’inclusione»: parole della neoministra all'Istruzione Lucia Azzolina, su Twitter. Motivo della precisazione? La presentazione, con immediata polemica, di un istituto comprensivo romano, che precisava le differenze sociali nella frequentazioni delle classi dei diversi plessi di cui è composto.
Così si poteva leggere, infatti, sul sito della scuola: “La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana”. E ancora: “Il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie, invece, prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)”. Insomma, in tempo di iscrizioni, sembrerebbe uno scrupoloso vademecum per aiutare le scelte se non fosse per l’evidente inopportunità. Ancora la ministra Azzolina aggiunge nel suo tweet:«Descrivere e pubblicare la propria popolazione scolastica per censo non ha senso. Mi auguro che l’istituto romano di cui ci racconta oggi (15 gennaio) @leggoit possa dare motivate ragioni di questa scelta. Che comunque non condivido».
Naturalmente la preside ha provato a dare ragione della scelta fatta, spiegando che non cera alcun senso discriminatorio nella descrizione della frequentazione dei plessi scolastici, piuttosto la volontà di presentare correttamente la scuola, composta da istituti che si trovano in diversi contesti socio-culturali. Non solo: una nota del Consiglio d’Istituto ha precisato come la scuola non abbia mai posto in essere condotte discriminatorie nella ripartizione degli alunni nei diversi plessi o nelle diverse classi. Infatti, è importante chiarire che al momento dell’iscrizione dei propri figli, sono i genitori a scegliere uno dei 4 plessi scolastici dell’istituto sulla base dei criteri della residenza e/o del luogo di lavoro. In ogni caso, dopo le polemiche il testo di presentazione della scuola è stato cambiato con uno più soft: “L’ampiezza del territorio rende ragione della disomogeneità della tipologia dell’utenza che appartiene a fasce socio-culturali assai diversificate”.
La vicenda in sé si commenta da sola. Il tema sottostante, però, merita una riflessione in più. Davvero la scuola, quella pubblica in particolare, dovrebbe puntare all’inclusione e alla promozione di tutti gli allievi. Deve offrire pari opportunità, permettere ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi. Lo dice la Costituzione.
La cosa interessante è che questo programma inclusivo e di sviluppo personale e sociale parte proprio dalle differenze. La disomogeneità e le disuguaglianze sociali sono un fatto, con cui ogni scuola si misura. Ogni classe. A maggior ragione oggi, in una società anche multietnica. Eppure è da qui che si può e si deve partire per costruire il tessuto più autentico della società. Per valorizzare le potenzialità e le aspirazioni di ciascuno. Le diversità, una volta di più, possono essere e sono risorsa. Per questo la scuola è un laboratorio eccezionale, unico e indispensabile.

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