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La pellicola, ispirata al monologo di Mattia Torre, porta in sala tutte le difficoltà dell'oggi applicate al variegato mondo delle mamme e dei papà

«Figli», un film per riscoprire la bellezza della genitorialità

di Redazione Web 28/01/2020

Imparare ad accettare, per imparare a restare. Un approdo non da poco, quello di Figli e dei protagonisti Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea. Uscito giovedì scorso nelle sale, il film concepito da Mattia Torre ma girato a tempo di record e dato alla luce dal regista Giuseppe Bonito ha subito conquistato il box office piazzandosi terzo con un guadagno in soli quattro giorni di 1.427.184 euro. Dietro al pluricandidato agli Oscar 1917 di Sam Mendes (dieci nomination) e al film dei giovani youtuber Sofia Scalia e Luigi Calagna Me contro te.

È dal monologo «I figli ti invecchiano» del compianto Mattia Torre (l’autore, sceneggiatore e regista morto di cancro lo scorso luglio a soli 47 anni, sodale di Mastandrea già nella serie tv «La linea verticale» che proprio della sua esperienza ospedaliera trattava), portato in tv dall’attore insieme agli altri atti unici di Torre, che parte l’idea del film ed è con quello stesso monologo che prende le mosse il film stesso. Un lavoro che avrebbe voluto girare lo stesso Torre, il cui spirito mordace e ironico nel contempo aleggia ovunque nei dialoghi e nella sceneggiatura. Incantato e disincantato insieme. I luoghi comuni si inseguono e ci fanno ridere, proprio perché sono la quotidianità, la realtà di una coppia come tante di “splendidi” quarantenni che si dimenano tra ideali orizzonti di felicità e asfittiche comuni situazioni domestiche. Tutto sembra filare a dovere tra l’ispettrice sanitaria Sara (Cortellesi) e l’alimentarista Nicola (Mastandrea) con la primogenita alle elementari e il solito tran tran, fatto anche di infantili liti e adulte riappacificazioni.

Tant’è che arriva Pietro. «C’era proprio bisogno di fare un altro figlio? Stavamo tanto bene prima. Non poteva rimanere in ospedale?» mormora però la bambina, dando voce sia alla propria gelosia, sia (probabilmente) ai primi dubbi dei genitori stessi, dopo l’ennesima notte brava in preda all’insonnia per i pianti e i risvegli del neonato. Lo spettatore però non li sentirà mai, perché al loro posto a volume altissimo rimbomba la Sonata per pianoforte n. 8, la Patetica di Beethoven. Pate- tica è tutta la situazione. Patetici sono ancor più i genitori di Sara e Nicola a cui i due, sfiniti, si rivolgono invano in cerca di aiuto. E allora si va dalla pediatra-psicologa, la più cara di Roma. Il campionario dei cliché è completo, a partire dalle liti per sfinimento psico-fisico, dalle accuse di Sara all’egoista Nicola che non si accorge mai di nulla e non contribuisce all’andamento domestico. Nel frullatore dei loro pensieri c’è sempre il miraggio di una fuga, surrealmente rappresentata dalla finestra spalancata che i due alternativamente vorrebbero imboccare in tuffo per librarsi, e liberarsi, nel vuoto. Trovate tragicomiche che strappano risate e riflessioni, in un non sempre riuscito alternarsi di sviluppo della trama e rappresentazioni di pensieri.

Ma si riflette, assai. Anche amaramente. Sapendo che nella realtà le coppie scoppiano per davvero. Per quegli stessi motivi. Sapendo che nella realtà, lui e lei spesso si illudono di poter trovare in un altro lui o un un’altra lei quella reciproca comprensione all’improvviso tra loro sfuggita. Eppure la crisi, da copione, deve andare avanti. Allontanamenti e riavvicinamenti devono ancora susseguirsi. Così, ormai allo stremo, si torna ancora dalla pediatra-psicologa “guru” da 300 euro a visita. Si torna da quella “filosofa” specialista che la prima volta era stata soltanto capace di dire loro di smettere per un po’ di lavorare (già, con il mutuo che mensilmente bussa alla porta): «Non avete una rendita che vi permetta di passare tutto il vostro tempo con i figli? ». Ma Sara e Nicola stavolta ci tornano più forti. Più forti perché assolutamente indeboliti. Perché si sono arresi. Arresi al loro amore che ha resistito a ogni tentativo di fuga, è sopravvissuto. È quella la loro nuova forza, che consente di ascoltare due frasi finali dell’ultima seduta: «Bisogna imparare ad accettare i figli, bisogna imparare a restare». Hanno capito che i figli sono loro, che ogni figlio è il loro amore. E l’ultima scena del film è esattamente come la prima, ma stavolta la lite verbale si trasforma e si immerge in una complice risata. E davanti alla solita finestra spalancata ora si resta, abbracciati.

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