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Volontariato e regioni. Serve uno «sguardo lungo» sui cambiamenti

Nasone: «Se il volontariato vuole condizionare le politiche regionali e locali deve sviluppare forme di partecipazione effettiva alle scelte programmatiche»

di Mario Nasone 30/01/2020

Viviamo un tempo storico di grande fibrillazione sui temi della riforma dello Stato ed in particolare sul «regionalismo» e sulle autonomie locali, temi che non possono lasciare indifferenti il mondo del volontariato soprattutto perché toccano questioni che lo chiamano direttamente in causa come il welfare, la sanità, il lavoro, l’istruzione. Con diverse regioni che reclamano autonomia nell’offerta dei servizi e, soprattutto, nella gestione del personale e delle risorse assegnate c’è il rischio che la maggiore differenziazione regionale si traduca nell’aumento dei divari tra nord e sud. Il volontariato in un tempo che vede una riforma controversa del Terzo settore si trova di fronte a sfide complesse che rischiano di trovarlo impreparato rispetto al suo ruolo.

Una crisi d’identità che rischia di farlo appiattire al modello dell’impresa sociale, all’appiattimento nella gestione dei servizi, a essere piegato a codici rigidi e a meccanismi burocratici, con il rischio concreto che muoia quell’idea di volontariato che metteva insieme servizio e azione di advocacy ed a ruolo di forza di cambiamento. Certamente c’è bisogno di nuove certezze normative per un mondo che attende ormai da anni le giuste indicazioni e gli strumenti per continuare a operare per il Bene Comune ma ciò non deve andare a scapito dei valori irrinunciabili, della gratuità, della sua autonomia, della sua funzione profetica.

Se il volontariato vuole condizionare le politiche regionali e locali deve sviluppare forme di partecipazione effettiva alle scelte programmatiche ed alla difesa dei beni comuni, suscitando attenzione e consapevolezza in una opinione pubblica disorientata da una informazione politica e mediatica distorsiva e superficiale. Per questo, in questo momento di ridefinizione del ruolo delle regioni e della riforma del terzo settore, è utile riprendere l’idea che aveva mosso i fondatori del volontariato moderno come monsignor Giovanni Nervo e Luciano Tavazza che pur in momenti storici diversi avevano un “pensiero lungo” che ha aiutato gruppi e di movimenti a confrontarsi con autorevolezza con le istituzioni pubbliche, con gli altri corpi intermedi e realtà profit, ne ha indicato i valori e i riferimenti ideali, gli obiettivi ad essi coerenti e le mete, senza trascurare i mezzi e la necessaria organizzazione. Per questo serve una massiccia azione formativa che attivi percorsi di ridefinizione e di ricollocazione delle associazioni di volontariato nei territori, che spinga a fare rete.

* Centro Comunitario Agape

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