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Nei giorni scorsi, si è infiammato il dibattito sull’apertura della Casa della Salute di Scilla, in provincia di Reggio Calabria

Concepiti in provetta? Nuova deriva a Scilla

di Redazione Web 03/02/2020

Nei giorni scorsi, si è infiammato il dibattito sull’apertura della Casa della Salute di Scilla, in provincia di Reggio Calabria. Diversi esponenti politici, tra cui la parlamentare cinquestelle, Federica Dieni, hanno espresso la volontà di intensificare gli sforzi per giungere all’inaugurazione del nuovo presidio sanitario in tempi brevi. Tutto bene, si potrebbe pensare. Ancor più in una Regione in cui il diritto alla Salute è spesso negato ai propri cittadini.

Ma la Casa della Salute di Scilla non sarà un poliambulatorio «qualsiasi», ma nei locali verrà attivato un centro per la procreazione artificiale, tecniche verso cui il Magistero della Chiesa da sempre mette in guardia per le gravi implicazioni etiche. Il paradosso, poi, deriva dal fatto che a Scilla, il servizio di ecocardio fetale, unico in tutta la Provincia, non funziona perché guasto. Gli esperti sostengono che basterebbero tremila euro per ripararlo. Una sciocchezza se si pensa che soltanto «attivarlo» annualmente costa ai contribuenti ben 50mila euro l’anno.

Consentiteci una battuta: si potrebbe pure procreare artificialmente dei bambini, ma il rischio è che non si potrebbero farli nasce, curare e crescere in quel fazzoletto di terra sullo Stretto. «Una volta a Scilla c’era un vero ospedale, – ha scritto su Facebook, il parroco don Francesco Cuzzocrea – a servizio di un bacino di centinaia di migliaia di esseri umani (prima che cittadini) che purtroppo sono lontani dal Grande Ospedale Metropolitano, vista anche l’insufficienza delle infrastrutture e dei trasporti. E mentre il GOM è sempre più intasato dopo il depotenziamento di diversi nosocomi della nostra provincia (non si contano i disservizi e le pessime condizioni di lavoro degli operatori), lo “Scillesi d’America” è stato impoverito scientemente in questi anni da un disegno occulto, cieco e clientelare, fino a farlo diventare un contenitore sempre più vuoto di operatori sanitari, di strumenti e di servizi. Viene chiamato oggi Casa della Salute ma – conclude don Cuzzocrea – non credo si possa definire neanche più tale».

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