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Militanze e ideologie: in particolar modo, l’obiezione è rivolta a chi promuove le teorie gender in ambito educativo.

Padrini e madrine omosessuali, alcuni criteri di discernimento

di Redazione Web 10/02/2020

di Simone Vittorio Gatto * - L’anno pastorale appena trascorso, ha coinvolto diversi sacerdoti e uffici, tra cui il nostro di pastorale familiare, nella stesura di un sussidio circa il sacramento del battesimo. La sezione riguardante la catechesi battesimale ci ha permesso, mediante il coinvolgimento di numerosi operatori pastorali, di riaffermare il ruolo dei padrini, la loro natura e la loro missione.

A distanza di qualche mese, come Ufficio diocesano per la famiglia, siamo ancora chiamati a riflettere su tale argomento affrontando la delicata questione, da più parti sollevata, circa il coinvolgimento, come padrini, di persone omosessuali. Per meglio rispondere a tale quesito, ci sembra opportuno richiamare la norma canonica universale. Nel libro IV del Codice di Diritto Canonico, al canone 872, così leggiamo: «Al battezzando, per quanto è possibile, venga dato un padrino, il cui compito è assistere il battezzando adulto nell’iniziazione cristiana, e presentare al battesimo con i genitori il battezzando bambino e parimenti cooperare affinché il battezzato conduca una vita cristiana conforme al battesimo e adempia fedelmente gli obblighi ad esso inerenti». In seguito, al canone 874, leggiamo ancora: «[Il padrino] sia cattolico, abbia già ricevuto la confermazione e il santissimo sacramento dell’Eucaristia, e conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume».

Affinché non si generi confusione circa la tematica che vogliamo affrontare, è giusto operare un distinguo. A rendere incompatibile il ruolo di padrino o di madrina non è la «radicata tendenza omosessuale»– meglio ancora se vissuta in castità – poiché, per la prova che molti di essi si trovano ad affrontare, devono essere accolti con rispetto e delicatezza, evitando ogni marchio di ingiusta discriminazione (come si evince dal Catechismo della Chiesa cattolica, al paragrafo 2359), ma la «situazione imperfetta» che si viene a generare nel momento in cui si intrattiene una «relazione stabile», fortemente in contraddizione con l’impegno a condurre una vita cristiana conforme al battesimo. La situazione permane altrettanto grave nel momento in cui la persona omosessuale, pur non presentando una «relazione stabile», per convinzioni fortemente radicate, si facesse promotrice di cultura gay attraverso la pubblica esternazione di pensieri personali, mediante l’utilizzo di social o attraverso una libera adesione a movimenti e associazioni che insistano sulla equiparazione al matrimonio tra persone dello stesso sesso dove, ricorda Papa Francesco, risulta «inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia» ( Amoris laetitia, 251).

Tale atteggiamento, infatti, renderebbe «notorio» il fatto che il padrino scelto non viva una «vita conforme alla fede e all’incarico che assume». Quanto detto non vanifica l’annuncio del Vangelo della misericordia, tanto invocato dal Santo Padre, ma evidenzia, invece, il fondamento stesso della carità pastorale il quale necessita che misericordia e verità si incontrino e giustizia e pace si abbraccino (Salmo 84). A conclusione di questo breve percorso, ci sembra giusto incoraggiare i genitori a una maggiore conoscenza delle esigenze della Chiesa, circa il ruolo dei padrini; esigenza che non è dettata dal desiderio di limitare la loro libertà ma di custodirne l’impegno e la responsabilità educativa affinchè, gli obiettivi che essi stessi si prefiggono, quando scelgono il battesimo per i loro figli, possa avere maggiore garanzia di essere raggiunto.

Quei «no» che generano incomprensioni e malumori nel gregge, e che «sempre» appesantiscono il cuore dei pastori, sarebbero tutti evitabili se i genitori cristiani, veramente radicati nella fede, fossero maggiormente formati. Infatti, la scarsa formazione in seno alle famiglie, e l’assenza di confronto previo con i parroci, a parer nostro, sono la vera fonte di umiliazione per quanti si sentono negare la possibilità di assumere il ruolo di padrino; sono, altresì, la causa di uno sguardo improprio sulla Chiesa la quale, nello svolgimento della propria azione pastorale, fatica a liberarsi dell’appellativo di «dogana», proponendosi al mondo come «casa paterna dove c’è posto per ciascuno, con la sua vita faticosa» ( Evangelii gaudium, 47).

* direttore Ufficio famiglia dell’arcidiocesi di Reggio-Bova

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