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Il cardinale presidente della Cei, ha aperto l'incontro sul ''Mediterraneo, frontiera di pace'' che vede radunati 60 vescovi dei 20 Paesi che s'affacciano sul Mare nostrum

Incontro di Bari. Bassetti: «Basta a politiche fatte sul sangue»

di Redazione Web 20/02/2020

«Riscoprire il significato di una comune appartenenza al Mediterraneo per attingere alla bellezza e alla forza della comunione fraterna e per mettere a fuoco una profezia di unità». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, apre l’incontro Mediterraneo frontiera di pace dando subito l’obiettivo dei lavori: «un incontro fraterno, tappa di un percorso più ampio, per essere Chiese che ritornano costantemente alle sorgenti della fede, per trasmettere ai giovani e alle future generazioni la bellezza e la gioia del Risorto; essere Chiese delle Beatitudini attente a far germinare una nuova cultura del Mediterraneo che non può che essere cultura dell’incontro e dell’accoglienza, pena il disordine incontrollato, l’impoverimento diffuso e la distruzione di intere civiltà; essere Chiese della profezia, rispetto a ogni sistema di potere e di arricchimento che genera indifferenza, paure, chiusuree, quindi, iniquità, oppressione, guerre, crimini contro l’umanità; essere Chiese dei “martiri mediterranei” che sanno riconoscere i segni dei tempi e sono capaci di dialogo per “disarmare” ogni uso blasfemo del nome di Dio in odio al fratello».

Teatro dell’incontro, che porta a Bari 60 vescovi e patriarchi di 20 Paesi rivieraschi, il Castello Svevo. Un gioiello, nel cuore della Bari vecchia, la cui «storia e maestosità», sottolinea ancora il presidente della Cei, «dicono molto della ricchezza e, al tempo stesso, delle contraddizioni del Mediterraneo». Una fortificazione più volte distrutta e ricostruita, che ha subito anche il bombardamento della seconda guerra mondiale. E che sorge in prossimità del porto e della cattedrale, «quindi del mare e della terra», testimoniando «che il Vangelo non giunge da alcuna parte se non incontrando la vita di persone concrete, col loro vissuto di lingue e culture, di attese e speranze». Nessuna cattedrale, dice ancora Bassetti, «esisterebbe senza “porti”, nemmeno nell’Europa continentale; tutte portano i segni e sono il frutto delle diverse modalità di comprendere, incarnare e trasmettere la fede in Gesù».

Il cardinale racconta la preparazione dell’incontro, il suo viaggiare nei diversi Paesi del Mediterraneo, il suo toccare con mano la sofferenza, l’ingiustizia, l’indifferenza. È in «questo contesto», dice ancora nel discorso di apertura, «che siamo chiamati a vivere la nostra comune vocazione per una cultura dell’incontro e della pace nel mediterraneo»,

Cita Giorgio La Pira, il sindaco «santo» di Firenze che immaginò il Mediterraneo come il «grande lago di Tiberiade» dove le tre religioni monoteistiche potessero tornare a parlarsi perché «il Mediterraneo torni a essere quello che fu» Parole che, spiega il cardinale, gli sono risuonate in mente guardando «l’incontenibile sofferenza del Mare nostrum, ridotto a tomba di migliaia di fratelli», mentre dovrebbe essere annuncio di pace. Una pace che non è utopia, ma, invece, rappresenta «l’unica possibilità realistica di benessere e prosperità per i nostri popoli». Il cardinale parla di guerra «una antiutopia» e di competizione armata tra i Paesi, di ambiente e salute, di tensioni che vanno aumentando in tutto il bacino. «Il rischio» denuncia, «è quello del caos incontrollato. Gli scontri terroristici e militari procurano morte e sofferenze indicibili alle popolazioni inermi; la comunità internazionale e le organizzazioni sovranazionali gestiscono a fatica le crisi umanitarie che ne derivano, tollerando spesso violazioni ai diritti umani». Per questo occorre dire «basta a questa politica fatta di sangue dei popoli» e chiedere che le controversie internazionali siano risolte nel quadro del diritto e di una azione più incisiva delle Nazioni Unite.

«Il muro che divide i popoli», è il monito di Bassetti, «è un muro economico e di interessi », diventa una «frontiera invisibile che separa i popoli della miseria da quelli del benessere». Ci sono promesse tradite: quella dello sviluppo dei popoli usciti dai sistemi iniqui del colonialismo, quella della capacità da parte dei Paesi più ricchi di mettere in campo politiche sociali inclusive».

Politiche che restituiscano la libertà ai popoli di restare nella propria terra. «Le migrazioni sono frutto dell’instabilità», di guerre. Di carestie, di regole che uccidono la speranza di un futuro migliore. Il cardinale richiama il progetto della Cei Liberi di partire, liberi di restare, una «linea che ci siamo dati nella nostra azione solidale nei confronti dei popoli impoveriti».

E parla di tre doni che vengono dal Concilio Vaticano II: «quello di riconoscere il valore della diversità liturgica, teologica e canonica delle diverse tradizioni cristiane della comunione cattolica, quello d’intraprendere il cammino ecumenico fra le Chiese, quello di comprendere - a partire dal mistero che ci unisce al popolo ebraico - che il dialogo fra le diverse religioni è già testimonianza della gioia della Resurrezione di Cristo e accoglimento del mistero della sua presenza di grazia nella storia degli uomini».

Le Chiese, proprio per questi doni, possono parlarsi e lavorare insieme per arginare le sofferenze e riportare speranza. Per essere «Chiesa profetica che vive della beatitudine dei poveri, degli affamati e assetati di giustizia». Una Chiesa che, per essere profetica, deve però passare per il miserere. «Dobbiamo riconoscere che, fin dall’antichità cristiana, le nostre divisioni ecclesiali hanno ricalcato e rinforzato le divisioni culturali, politiche e militari dei popoli mediterranei. Riconoscere il peccato della divisione della Chiesa ci aiuta oggi a capire la grazia che ci è stata donata col Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa, “rovesciando le crociate” (per usare un’espressione di La Pira) e contrastando ogni mentalità del passato, partecipa con convinzione al cammino ecumenico con la testimonianza della carità e della giustizia, così come pratica e propone convintamente il dialogo interreligioso. Per questo le Chiese e, in particolare, la Sede Apostolica, negli ultimi trent’anni, si sono trovate sempre dalla parte opposta rispetto a coloro che soffiano sul fuoco dello scontro delle civiltà e del fondamentalismo religioso».

Il cardinale ricorda le differenze di tradizioni e culti, ma anche di situazioni concrete. E ricorda però che «tutti ci troviamo accomunati dalla sfida entusiasmante della trasmissione del Vangelo. Ci sono fra noi Chiese che conoscono un incremento di fedeli connesso al fenomeno delle migrazioni; così, ci sono Chiese che sussistono come minoranze, piccolo seme, in mezzo a popolazioni islamiche. È soprattutto a queste Chiese, alla loro mediazione e al sangue dei loro martiri, che dobbiamo l’anticipazione e la ricezione più profonda della dottrina conciliare sul dialogo interreligioso con l’Islam. Fra queste, ve ne sono alcune che, a causa dei rivolgimenti geopolitici degli ultimi 30 anni (con le infinite guerre connesse), hanno conosciuto e stanno conoscendo sfollamenti e migrazioni, con i loro cristiani esposti a persecuzioni e minacce, che rischiano di cancellarne la presenza millenaria». Ricorda le parole di Christian De Chergé, martire in Algeria: «La mia morte evidentemente sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica adesso quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i suoi figli dell’Islam, così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo. Frutto della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre quella di stabilire la comunione, giocando con le differenze».

Tra i temi sul tappeto anche quello dei processi di secolarizzazione e della lentezza con la quale si risponde al rinnovamento voluto dal Concilio e l’urgenza, allora, di «aiutarci fra Chiese ad abitare un’area mediterranea dove i cristiani sono dovunque una minoranza». La trasmissione della fede è una sfida che accomuna tutti così come «l’impegno a far crescere la coscienza fra i nostri giovani che la fede in Gesù risorto genera comunione di vita per la crescita e la realizzazione di un’umanità compiuta».

Infine il cardinale spera che «questo nostro ritrovarci sia l’avvio di un processo che ci consenta di condividere e offrire ai nostri popoli una visione non frammentaria, ma complessiva e organica dei problemi e delle ricchezze del Mediterraneo, necessaria per superare le crisi che stiamo vivendo. Noi Vescovi, ad esempio, non possiamo vedere la questione dei migranti in maniera settorializzata, come se fosse solo un problema di “esodi” che impoveriscono i territori o di “arrivi” che li destabilizzano: il povero, che parte o che decide di restare, che arriva e che troppo spesso muore durante il viaggio o conosce sofferenze e ingiustizie indicibili, è Cristo che emigra, resta, soffre, bussa alle nostre porte. I problemi, con cui ci misuriamo, costituiscono uno stimolo ulteriore a superare, noi per primi, le barriere che attraversano il Mediterraneo e a intensificare l’incontro e la comunione fra di noi. Ne avvertiamo la responsabilità e l’urgenza, convinti come siamo che la tessitura di relazioni fraterne è condizione per partecipare al processo d’integrazione».

E parla di «nuova cittadinanza», al cui disegno contribuiscono «le religioni abramitiche», per «far fronte alle sfide della globalizzazione del terzo millennio. Papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar hanno posto un atto profetico con la loro amicizia e il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Come nota il Cardinale Parolin, in questo testo si intravedono le prospettive della comune e paritaria cittadinanza, presupposto e conseguenza di una vera fratellanza. La questione della cittadinanza è cruciale per tutti: è questione che si pone in maniera nuova per gli stessi Paesi di antica tradizione democratica con le sfide dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, dello spazio pubblico reclamato da tutte le religioni; Paesi che si ritrovano a fare i conti con la pericolosa tentazione a involuzioni identitarie, che minano il fondamento dei diritti inviolabili della persona».Va fermata quella che «padre Claudio Monge chiama “manipolazione identitaria” della matrice religiosa, trasformata in “religione civile”» ed essere «promotori di quella conversione pastorale e missionaria da cui dipende, in tanti luoghi di antica cristianità, la permanenza di una presenza significativa della Chiesa».

E, dopo aver aperto citando La Pira, il cardinale conclude ricordando «Aldo Moro, un martire della terra che ci ospita, un uomo - come lo definì san Paolo VI – “buono, mite, saggio, innocente”» che «osservava con un misto di realismo e di fiducia: “Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino”».

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