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La ricerca di CSVnet col Centro Studi Medi: il 55% degli stranieri si impegna da 6 anni in attività solidali

Da accolto a volontario, si moltiplicano le storie di impegno

di Redazione Web 27/02/2020

di Giuseppe Iero * - L’uomo e l’umanità al centro; non è uno slogan, ma quanto instancabilmente fa nella sua mission il mondo del volontariato affrontando il fenomeno dell’immigrazione. Lo ha sempre fatto, nel silenzio della sua azione, anche quando ogni sbarco od una qualsiasi situazione di emergenza, diventano la scusa per creare allarmismo, paura, odio o ancora peggio per lasciare in mare centinaia di persone distrutti nell’anima e nel corpo, facendo leva ed alimentando la paura di un’invasione. Un azione, quella del volontariato, completamente in sintonia con il pensiero di Papa Francesco: «Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie. Non si tratta solo di migranti, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata ». Un impegno richiamato a 360 gradi dove gli ultimi devono essere messi al primo posto benedicendo il ruolo dei soccorritori e dei volontari che si impegnano con coraggio della verità e rispetto per ogni vita umana.

Eppure nel mondo del volontariato, in contrapposizione ulteriore alle paure spesso ingiustificate verso lo straniero si rileva un impegno spesso nascosto, quello degli immigrati stessi che una volta arrivati in Italia da vittime sono diventati protagonisti di un impegno di volontariato che li coinvolge in prima persona. Questo è quanto appare in una ricerca condotta da CSVnet e Centro Studi Medi, in centosessantatré città italiane a migranti provenienti da ottanta paesi diversi, il 55% dei volontari di origine straniera s’impegna in modo continuativo con una media di circa 6 anni di attivismo.

A questa categoria appartengono soprattutto disoccupati, studenti e giovani che vivono nella famiglia di origine. I più saltuari rappresentano il 28% del campione, con un’esperienza

di volontariato di circa 3–4 anni. Si tratta soprattutto di casalinghe oppure persone che lavorano in modo occasionale o che hanno un impiego part–time. Il passa parola, tra amici connazionali o italiani, è il modo più frequente con cui i cittadini immigrati hanno trovato l’associazione in cui impegnarsi. In alcuni casi sono gli stessi immigrati a diventare protagonisti del loro volontariato fondando l’associazione in cui operano. La maggior parte degli immigrati volontari è impegnata in attività culturali come organizzazione di mostre ed eventi per promuovere il patrimonio culturale, in attività educative con ragazzi e bambini, in attività di socializzazione e di assistenza sociale; i restanti, nella cooperazione internazionale, nei servizi sanitari, nella protezione civile, nell’ambiente e nello sviluppo della coesione sociale. Lo studio unico nel suo genere su scala nazionale, oltre a focalizzare l’attenzione sull’impegno in prima persona degli immigrati che credono nel volontariato verso il quale offrono la loro opera gratuitamente, apre un nuovo punto di vista su un mutamento culturale che porta allo svecchiamento di una visione ormai obsoleta che identificava il fenomeno dell’immigrazione come fenomeno da controllare e da trattare secondo regole e prospettive che vanno verso l’ordine pubblico.

È una delle grandi vittorie del volontariato che già da anni ha accettato ed a tutt’oggi accetta con l’accoglienza la sfida dell’incontro, che va al di là del «fenomeno immigrazione» e che riporta al centro l’uomo e l’umanità: senza slogan, senza vecchie o nuove bandiere, senza ideologismi.

* Responsabile Area Comunicazione Csv

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