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Convegno ecclesiale regionale, parla monsignor Giuseppe Satriano che ne coordina le fasi preliminari su delega della Cec

Cattolici adulti, ecco l’appello della Chiesa: «Impegniamoci»

di Davide Imeneo 28/02/2020

Da circa un anno la Conferenza episcopale calabra ha promosso l’idea di un Convegno ecclesiale che aiuti a rimotivare la pastorale e l’evangelizzazione. A guidare questo processo è la Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, guidata da monsignor Giuseppe Satriano che abbiamo intervistato.

“La comunità ecclesiale, grembo generativo” sarà il tema del prossimo Convegno ecclesiale regionale, perché la Cec ha scelto di approfondire questo aspetto della pastorale?
La nostra regione ecclesiale, come tutta la Chiesa in Europa, sta vivendo da tempo la fatica della trasmissione della fede. Alla luce del documento dei vescovi italiani: “Incontriamo Gesù”, la Cec ha inteso interrogarsi e interrogare le comunità parrocchiali e tutte le realtà pastorali, per avviare una riflessione condivisa e individuare i punti nodali su cui costruire un percorso sinodale. Tornare ad essere grembo generativo è la sfida che percepiamo per le nostre realtà ecclesiali chiamate a suscitare, accogliere, accompagnare la domanda di senso che affiora nella vita di ciascuno. Questo richiede non tanto un cambiamento strategico delle modalità dell’annuncio ma un coinvolgimento pieno e corresponsabile di tutte le forme di adultità credente sul piano della relazione umana, vero crocevia su cui si gioca la credibilità della nostra fede.

Papa Francesco ha detto in più occasioni che la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione. Cosa possiamo migliorare per “attrarre” meglio?
Essere “attrattivi” è, in altre parole, l’atteggiamento da assumere per trasmettere la fede. Oggi ci ritroviamo con un mondo giovanile e infantile sconnesso dal mondo adulto che sembra aver perso l’appuntamento con la responsabilità educativa sul piano della coerenza e autenticità del vivere. Come direbbe Paolo VI con l’Evangeli Nuntiandi, oggi più che mai abbiamo bisogno di testimoni e non di maestri. Sembrano mancare spazi generativi, luoghi in cui sperimentare il calore di una ospitalità sincera che sappia apprezzare il valore di ciascuno in relazione alla vita e ad una vita carica di senso.

Il tema della generatività è correlato al ruolo degli adulti: sono i primi testimoni della fede, anche nei confronti dei più piccoli. Non le sembra che la pastorale contemporanea sia troppo dedicata ai bambini–ragazzi e meno giovani–adulti?
In effetti è quanto affermavamo prima; per cui la sfida pastorale è ricontattare il mondo adulto sul piano di una relazione educativa efficace, che disponga i cuori ad entrare in un dialogo autentico con il trascendente e a vivere una reale esperienza di comunità cristiana. Non si tratta semplicemente di istituire percorsi formativi sul piano concettuale, ma di iniziare o re–iniziare ad una vita cristiana che abbia il profumo del Vangelo nelle scelte concrete del quotidiano, sapendo accompagnare e prendendosi cura dei germi di bene seminati nel cuore di ciascuno.

Nel documento preparatorio viene focalizzata una problematica: «La corrosione della domanda di senso». Di cosa si tratta?
Viviamo in un mondo narcotizzato dall’edonismo, dall’individualismo, dalla piacevolezza del vivere, in un’autoreferenzialità destruente. La vita si consuma nel qui ed ora, in un carpe diem effimero e vuoto che svuota l’esistenza del suo senso, del valore dell’alterità, del valore della persona e del vivere sociale ed ecclesiale, uccidendo la speranza e riducendo tutto alla dimensione economica. Lì dove si perde il valore dell’altro diviene difficile lasciare posto a Dio.

Che rapporto c’è tra generatività e Pietà popolare?
Nel lavoro condotto in questi ultimi mesi e nell’analisi antropologica realizzata emerge con chiarezza il valore di un passato, di una tradizione a cui ancora oggi la nostra cultura religiosa è legata: la spiritualità monastica, il ruolo dei santuari e la vita di molti santi, che hanno avuto i natali proprio in questa amata terra di Calabria. Poiché il generare è sempre ancorato ad un profondo desiderio, è importante legare i vissuti di oggi alla spiritualità più autentica, emergente dalla tradizione, liberando la pietà popolare da quel facile e fuorviante devozionismo che non coinvolge la vita del credente in un percorso di conversione, ma la relega in un mondo magico–sacrale, sorgente di superstizione e di atteggiamenti sterili e fuorvianti.

Il percorso di preparazione del Convegno regionale attraversa, in queste settimane, alcune fasi salienti. Nei giorni scorsi la consegna dell’Instrumentum Laboris, fra poche settimane le assemblee metropolitane. Stiamo attraversando un periodo di rinnovata vivacità ecclesiale: cosa si aspetta da questi lavori di reciproco ascolto e confronto?
Mi permetterà, ma desidero sottolineare il Noi. In questo Noi ci sono tutti i vescovi della Calabria ma anche le tante persone: sacerdoti, laici, religiosi, che da circa un anno stanno camminando insieme in un bel esercizio di sinodalità. La Commissione episcopale da me presieduta ha solo il compito di coordinare. Pertanto, ciò che ci aspettiamo è di stabilizzare un cantiere pastorale, in cui continuare a camminare insieme. Il futuro delle nostre comunità non si realizza soltanto nel celebrare un Convegno ecclesiale ben fatto, piuttosto nella capacità di dare vita a percorsi condivisi ricchi di corresponsabilità da parte dei vari carismi e ministeri presenti nella Chiesa, dove progettazione e verifica siano attuate con fiducia e impegno da parte di tutti. Possiamo divenire Comunità ecclesiale generativa solo a cominciare da una profonda relazione con Dio che, partendo da uno sguardo dal basso, sappia intercettare, attraverso un attento discernimento, fatto soprattutto di ascolto, le istanze dell’umano, valorizzandone lo spessore e individuando un oltre possibile.

Se tra tutte le sfide lanciate nell’ultima parte del documento dovesse scegliere quella che le sembra più essenziale, quale individuerebbe?
Le sfide sono interconnesse e non potrei individuarne una senza le altre. Sicuramente la provocazione che ci viene offerta è quella di ricontattare un sogno di Chiesa, proprio come papa Francesco ci ha invitato a fare nel Convegno ecclesiale di Firenze, partendo da quanto il Concilio vaticano II e il Magistero dei nostri pastori ci hanno consegnato. Certo, dinanzi ad una società sempre più secolarizzata, non possiamo rimanere indifferenti o consegnati al fatalismo. Metterci insieme per riflettere e lavorare è la vera e prima sfida da assumere.

Nell’Istrumentum Laboris si affronta il tema della Sinodalità, una vera sfida ai personalismi e campanilismi calabresi. La Chiesa riuscirà ad unire le “Calabrie”?
Sicuramente la frammentazione del tessuto calabrese, a livello sociale come in seno alla Chiesa calabrese, non è un mistero. Da tempo i vescovi si stanno impegnando nell’offrire una voce che sia chiara e unitiva. Certamente il lavoro messo in atto con questo cammino, capillare e graduale, verso il prossimo Convegno, è un’opportunità preziosa per rilanciare una maggiore corresponsabilità, avvertendo l’urgenza di ritrovare percorsi condivisi. Credo che dare fiducia a questo percorso sia un’esigenza ineludibile avvertita dai laici, dai presbiteri e dai religiosi già coinvolti. Ce la metteremo tutta nel dare vigore ai vari momenti previsti da questo cammino che, nei suoi primi passi, sembra aver preso la giusta direzione.

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