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Gli errori da evitare in un contesto di tensione come quello che stiamo vivendo adesso

La psicologia del contagio. Ansia e superficialità, i consigli

di Andrea Lavazza 09/03/2020

C’è chi manda messaggi allo psicologo nella notte, preso dall’ansia che cresce allo scorrere delle notizie sui siti di informazione. Ma nelle strade si sentono ancora schiamazzi di gruppi di giovani che passano un sabato sera “normale”, anche se nelle zone dei locali e del divertimento, da Milano alle altre città del Nord, le presenze sono molto diradate.

Nelle ore in cui il decreto del governo prova a sigillare un’enorme area del Paese, quella più colpita dal coronavirus, emergono due tipi specifici di reazione al clima di allerta e precauzione generalizzate. Due generi di risposta, che sembrano legati a diversi profili caratteriali. Da una parte coloro in cui la preoccupazione indotta dalle circostanze prevale su ogni altro aspetto contingente della propria esistenza (portando a un isolamento totale). Dall’altra chi tende a rimuovere o a sottovalutare un allarme che pure percepisce, ma non per pura ignoranza delle conseguenze possibili, bensì per una sorta di meccanismo difensivo implicito e inconsapevole rispetto a una paura che sarebbe altrimenti difficile da gestire.

La folla del sabato sera a Milano
La folla del sabato sera a Milano - Fotogramma

In mezzo, ovviamente, la gran parte delle persone, che con maggiore razionalità e pacatezza provano ad adeguarsi alle regole imposte dall’emergenza e rimodulano i loro stili di vita in base alle regole suggerite dagli esperti e dalle autorità. Sono coloro che escono meno di casa e sperimentano lo smart working senza ansie, sebbene siano consapevoli della serietà della situazione, animati dalla responsabilità verso se stessi e verso gli altri.

Non così per coloro che anche ieri hanno affollato le località di turismo invernale mettendosi in coda senza rispettare le distanze di sicurezza, insensibili ai richiami dei carabinieri che li invitavano a distanziarsi. Non così coloro che hanno fatto ressa all’inaugurazione di un supermercato in Brianza, complici in questo caso anche gli amministratori locali, senza considerare gli aumentati rischi di contagio. Comportamenti irrazionali, che la voglia di non stravolgere la propria vita non possono giustificare. E che probabilmente trovano la loro origine in un tentativo di “rimozione” in senso freudiano, nascondere dietro l’attivismo l’angoscia che naturalmente può crescere in noi.

Quei pochi che si sono precipitati in stazione per prendere l’ultimo treno verso il Sud in partenza a tarda sera da Milano sono invece parte del gruppo che è preda dell’ansia e ricalibra tutto in funzione di una paura che diventa esagerata e irrazionale. A quel punto il terrore del contagio fa temere del vicino conosciuto come dell’estraneo. Il senso di precarietà che di solito è messo sullo sfondo del nostro vivere consueto, emerge con prepotenza e ci fa sentire tutta la fragilità di un’esistenza che può essere compromessa o addirittura può finire in breve tempo per un nemico minuscolo e invisibile quale è il virus. Retaggi della nostra storia evolutiva che bussano alla porta della nostra psiche e non è facile tenere lontani.

La scrittrice Fiona Cameron Lister, moglie del cappellano della chiesa anglicana di Firenze, ha scritto un articolo sul Web in cui cerca di placare le ansie del momento e dà qualche sensato suggerimento: guardare un film per spezzare la costante attenzione al flusso di notizie negative; cambiare discorso quando la gente comincia a parlare di coronavirus sulla base di voci incontrollate; mangiare bene e dormire un po’ di più; fare una lunga passeggiata ogni giorno (senza troppi contatti sociali, ovviamente); e mettere le cose in prospettiva (per esempio, il numero dei contagiati rispetto alla popolazione totale).

Ciò non vuole dire sottovalutare i rischi, né essere irresponsabili o tantomeno insensibili alle necessità del momento. Seguire le raccomandazioni e non farsi prendere dal panico è la via per cercare di superare al meglio il momento complicato che stiamo vivendo. Evitando gli eccessi dall’una e dall’altra parte che danneggiano noi stessi e la comunità di cui siamo parte.

Pubblicato su Avvenire il 9 marzo 2020

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