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Coronavirus, parla la psicologa: «La paura va interrogata»

«Siamo fatti di argilla» scrive l'esperta spiegando però come «per i cristiani dentro quell’argilla c’è il soffio di Dio»

di Giusy Zinnarello * 18/03/2020

Con la dichiarazione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) del forte rischio di una pandemia da Coronavirus, tutto il mondo è precipitato nella notte. Siamo nella notte e questo fa paura a tutti. Davanti a una minaccia o un pericolo, reali o percepiti come tali, è normale avere paura. La paura è una risposta emotiva transitoria, la più arcaica tra le emozioni, funzionale all’adattamento e alla sopravvivenza fisica e psicologica, che si traduce solitamente in atteggiamenti di lotta o di fuga.

La paura ci serve per difenderci dai pericoli. Ciò che non serve è rimuginare sulle nostre paure, dargli troppo spazio e trasformarle così in ansia anticipatoria, lasciando che ci paralizzino e ci impediscano di vivere serenamente il presente e di fronteggiare al meglio il nostro quotidiano. Scrive Tommaso da Celano: «Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio, nel contado d’Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini; in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere, e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e’vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra».

Il lupo ammansito da san Francesco mi sembra una buona metafora della paura. Il Poverello di Assisi, a differenza degli abitanti di Gubbio, si avvicina al lupo e scopre che aveva solo fame. Ci sono modi diversi di rispondere alla paura. Possiamo lasciarci paralizzare, fuggire lontano, negarla, aggredire l’altro oppure, come gli abitanti di Gubbio, andare in giro armati pronti a combattere.

Ma san Francesco ci insegna che la paura va attraversata e interrogata. Dobbiamo imparare a dialogare con il nostro mondo interno, non ci sono emozioni buone e emozioni cattive, sono tutte necessarie, dipende poi dall’utilizzo che ne facciamo. Le nostre emozioni vanno prima di tutto accolte e ascoltate. È importante, inoltre, riflettere sui nostri pensieri, su come percepiamo e valutiamo gli eventi e le situazioni. Quanto siamo convinti di essere capaci di fronteggiare le difficoltà? Spesso i pensieri negativi, se non vengono messi al vaglio di un’attenta analisi razionale, portano a comportamenti disfunzionali. Se come san Francesco anche noi interrogassimo le tante paure di questo tempo – paura di contagio, di morire, di perdere le persone a noi care – potremmo scoprire che portano in sé, come nel caso del lupo di Gubbio, una profonda fame. Siamo affamati di vita, di relazioni, di gesti quotidiani di affetto. C’è in ognuno di noi un desiderio irrefrenabile di vivere in pienezza. È un desiderio di cui prendiamo consapevolezza soprattutto quando scopriamo che la nostra vita è parte di un tutto più grande. Al crescere della paura, proprio in questi giorni, vediamo crescere la solidarietà, il bisogno di rimanere uniti. Questo senso di appartenenza alleggerisce le paure e ci carica del desiderio di esserci.

Nel confronto con la realtà le paure spesso si ridimensionano, a volte basta un piccolo passo, un gesto di coraggio per renderci conto che la paura presidia solo quel gradino che separa l’impotenza dall’azione. Quante paure ci siamo già lasciati alle spalle! Ad alcune di quelle paure dobbiamo anche essere grati, ci hanno fatto fare domande importanti, ci hanno portato a chiederci dove stavamo andando, ci hanno fatto mettere in gioco. Ci sono paure che sono diventate spinte vitali necessarie che hanno portato a qualcosa di nuovo. Ciò che ha fatto la differenza è stata la nostra capacità di trasformare la paura in occasione di crescita, in opportunità preziosa per spostare un po’ più in là i nostri limiti, per far fiorire risorse fino ad allora assopite. C’è un’alba nuova nascosta dentro questa notte da Coronavirus, un potenziale di crescita in umanità che potrebbe essere una svolta preziosa. Siamo nella notte ma è una notte piena di promessa. A noi tutti il compito di sentinelle del mattino. Dentro la notte la vita continua a farsi spazio. Non lasciamoci sfuggire i grandi miracoli quotidiani che sbocciano sotto i nostri occhi. In questi giorni è nata la mia terza nipotina. Un paio di occhietti che hanno gettato una luce così forte da attraversare le tenebre di questo tempo. Un faro, dentro una culletta da nursery, che ci ha restituito la rotta verso casa.

Siamo fatti di argilla, dobbiamo accettarlo. Ma noi cristiani sappiamo che dentro la nostra povera argilla è custodito il soffio di Dio e questo vuol dire che noi non siamo le nostre paure. A contatto con questa scintilla divina incandescente che ci abita le paure si sciolgono. Per noi l’Amore si è fatto Presenza Viva nella storia attraverso il Signore Gesù che continua a dirci: «Coraggio, sono Io; non abbiate paura». Anche se il buio ci impedisce di vederLo, certi per fede della Sua presenza, parliamoGli con amicizia, raccontiamo a Lui le nostre paure, affidiamo a Lui i nostri desideri e le nostre attese di bene. Forse saranno parole appena bisbigliate, cariche di dolore, ma sono necessarie, sono funi lanciate verso l’eterno, ancore di salvezza.

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