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«Solo così fermeremo l’epidemia di coronavirus in Italia». Ne è convinto Andrea Crisanti, docente di virologia e microbiologia all’Imperial College di Londra

Il modello veneto. «Trovare gli asintomatici, tamponi a tutti»

di Redazione Web 22/03/2020

«La parola d’ordine è una sola adesso: trovare gli asintomatici. Solo così fermeremo l’epidemia di coronavirus in Italia». Ne è convinto Andrea Crisanti, docente di virologia e microbiologia all’Imperial College di Londra e direttore dell’Unità complessa diagnostica di microbiologia della Asl di Padova. Il professore, che ha coordinato l’indagine epidemiologica in Veneto e su Vo’ Euganeo in particolare, finita martedì sulla prima pagina del Financial Times, è anche l’ideatore della strategia dei «tamponi mirati» annunciata dal governatore del Veneto, Luca Zaia: almeno 11.300 tamponi al giorno alle categorie più a rischio e alla cerchia ristretta e allargata di chi presenta i sintomi. «Dobbiamo svuotare il mare con un bicchiere, ma i tamponi sono la nostra arma migliore», dichiara a tempi.it Crisanti, che risponde stremato al telefono a tarda sera. Per 25 anni si è occupato di controllo della malaria e sa che gli unici casi in cui si è riuscito a contrastarla sono quelli in cui si è proceduto casa per casa.

Professore, l’unico modo per fermare l’epidemia è fare tamponi di massa?
Non abbiamo mai detto “di massa”. Dobbiamo fare tamponi mirati. L’esperienza di Vo’ ce lo insegna: tra il 50 e il 75 per cento dei contagiati non presenta i sintomi della malattia e ognuno di questi può contagiare altre 10 persone. Bisogna trovarli e isolarli. Con questa strategia a Vo’ abbiamo fatto calare il tasso di infezione di oltre 10 volte e ora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: zero contagi.

E come si fa in concreto?
Dobbiamo usare le persone che stanno male come sentinelle per trovare gli asintomatici. Dobbiamo scoprire il sommerso. Appena una persona denuncia i sintomi, bisogna inviare una squadra mobile per fare il tampone a lui, ai parenti, agli amici e ai vicini di casa. In un momento come questo, in cui tutti siamo in casa, la possibilità di contagio è circoscritta.

Indagherete solo su queste persone?
No, faremo la diagnosi anche a tutte quelle che hanno per forza di cose molti contatti: personale ospedaliero, forze di polizia, lavoratori particolarmente esposti.

Il costo di questa strategia è sostenibile?
Assolutamente. Un tampone costa 30 euro, un giorno in rianimazione circa 3.000.

E allora perché in tanti scrivono che il modello non è esportabile in tutta Italia?
Il problema non è certo economico, semmai logistico: non ci sono abbastanza laboratori, mancano le competenze tecnico-scientifiche. E poi chi va casa per casa a fare i tamponi? Servono le unità mobili. Ci vuole tempo per organizzare tutto e noi non l’abbiamo, perché il virus galoppa veloce. Per avere il risultato di un tampone prima ci bastavano tre ore, ora invece siamo sommersi e i tempi per forza di cose si allungano. Ma non vedo alternative.

Come avete ideato il modello?
L’esperienza di Taiwan e Corea del Sud ci dice che questa è la strada giusta, se perseguita insieme alla quarantena. Certo, sarebbe stata assolutamente efficace, come da loro, se fosse stata adottata subito. Noi invece abbiamo perso tempo e ora l’unica cosa che possiamo fare è sperare di accelerare la curva di discesa dell’epidemia.

Il governo poteva fare meglio?
Il conto delle vittime sta diventando drammatico e ovviamente ognuno cerca di fare del suo meglio, ma la verità è che è stato tutto sbagliato fin dall’inizio. Il 25 febbraio a Vo’ il 3 per cento degli abitanti era infetto. Il governo aveva tutti i dati: bastava fare due calcoli per capire che i casi sarebbero aumentati nel giro di un mese a 200-300 mila, tenendo conto anche del sommerso, perché quelli che vediamo sono solo la punta dell’iceberg. E invece di fermare tutto cosa hanno fatto? Hanno consigliato di andare a fare gli aperitivi in piazza! Hanno ballato sul Titanic.

Forse anche gli scienziati hanno qualcosa da rimproverarsi.
Non c’è dubbio che gli scienziati che hanno portato fuori l’Italia dalle grandi epidemie non sono più tra noi, perché altrimenti ci saremmo comportati in modo molto diverso.

Che cosa dovremmo fare adesso? I governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, hanno chiesto ai cittadini di smettere di fare passeggiate e corsette. È d’accordo?
Sì, perché se i casi non diminuiscono dobbiamo prendere misure ancora più drastiche. Non c’è alternativa. La gente deve capire che deve stare a casa, i contatti devono diminuire, la curva di crescita dei contagi deve abbassarsi. Solo a questo punto le misure di sorveglianza attiva saranno davvero efficaci, perché i tamponi da soli non possono fermare l’epidemia. La responsabilità individuale delle persone è fondamentale: bisogna aderire alla lettera a ciò che viene richiesto.

Pensa che la popolazione si sia comportata in modo irresponsabile? 

Devo dire la verità: qui a Padova ci sono pochissime persone in giro e quelle che escono mantengono la distanza di sicurezza. Sinceramente, mi sembra che gli italiani si stiano comportando bene. Io non li incolperei per gli errori commessi dalla politica. Ripeto che i dati c’erano: gli italiani sono le prime vittime di questa situazione. 


Prima ha citato Corea del Sud e Taiwan. In tanti sui giornali esaltano invece il “modello Cina”. Lei cosa ne pensa?
Penso che noi non abbiamo la minima idea di quello che è accaduto in Cina. Non mi sembra un paese rinomato per la trasparenza, no? Io non so quello che hanno fatto e quanto è vero quello che ci hanno fatto vedere. Noi vediamo che c’è un 75 per cento circa di asintomatici. Come è possibile che loro non li abbiano visti? Fatico a crederlo. Della Corea del Sud mi fido, della Cina no.

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