accedi | registrati | 29-3-2020

Riecco l’obbedienza. Parola «difficile» nel tempo del Super Io

La vicepresidente di Ac pone una riflessione sul Covid-19. Tutti, nessuno escluso: cattivi e buoni, ricchi e poveri, vicini di casa e forestieri. Siamo alla scuola di un Dio che non si arrende davanti alle difficoltà perché prepara sempre un ''dopo''.

di Francesca Chirico * 22/03/2020

«La Chiesa che vive in Italia e, attraverso le Diocesi e le parrocchie si rende prossima a ogni uomo, condivide la comune preoccupazione, di fronte all’emergenza sanitaria che sta interessando il Paese.

L’accoglienza del Decreto è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica». È un passaggio della nota Cei pubblicata lo scorso 8 marzo con l’annuncio di un “digiuno” al quale, seppur in Quaresima, non eravamo preparati.
Eppure ha una sua forza profetica, un significato di fede profondo davanti al quale dobbiamo chiederci: cosa dice a noi laici questa pausa dall’eucaristia? Iniziamo da quattro parole: obbedienza, attesa, gioia e promessa. Nei giorni in cui per eccesso di fiducia nelle nostre possibilità abbiamo faticato ad adeguarci alle raccomandazioni per evitare il diffondersi del contagio, la prima è più difficile parola da mettere in pratica è «obbedienza». Non supina accettazione di direttive calate dall’alto, ma capacità di fidarsi del discernimento di chi è chiamato a guidarci, con quello stile di corresponsabilità fra laici e pastori che dal Concilio Vaticano II in poi caratterizza la vita della Chiesa.

E poi «attesa». L’attesa del frutto che questo tempo difficile porterà in termini di crescita spirituale.
Da laici preghiamo di più, viviamo il sacrificio di questo “digiuno” trasformandolo in nostalgia della «gioia» per la festa.
Per non essere (e a volte lo siamo!) gli invitati che in Matteo partecipano al banchetto per la sola cortesia di non declinare l’invito di una prassi stanca o come quelli che non lo accettano perché alla liturgia dell’incontro con l’Altro – unico appuntamento che può farci riscoprire il gusto di un pane che si spezza e si condivide, di un amore che si moltiplica per raggiungere la mensa di tutti – hanno preferito la liturgia del lavoro e dell’urgenza di un tempo che non basta mai.

Questo, invece, è un tempo fecondo che ci aprirà alla festa che ci sarà fra poco. Perchè il Padrone di casa, passata questa emergenza, ci manderà ancora ai crocicchi delle strade ad invitare quelli che troveremo. Tutti, nessuno escluso: cattivi e buoni, ricchi e poveri, vicini di casa e forestieri. Siamo alla scuola di un Dio che non si arrende davanti alle difficoltà perché prepara sempre un “dopo”.

Quindi, la Chiesa al tempo del coronavirus ha chiuso le porte ai laici? No! Non solo perché le porte sono fisicamente aperte, la Santa Messa è trasmessa in streaming e ci viene assicurata la comunione spirituale. La Chiesa non ha “chiuso”, semplicemente perché pur non essendo del mondo, vive nel mondo condividendone le vicissitudini e aprendole alla speranza. Quella speranza fondata sulla roccia della solida «promessa» con cui il Maestro liquida le ansie di Pietro: «Le porte degli inferi non prevarranno».

A noi il compito di farci trovare con il vestito buono e le scarpe da tennis per correre veloci nei crocicchi delle strade. Serve fiducia e coraggio: la festa tornerà.

* Vicepresidente Ac Reggio-Bova

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