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Un'accorata riflessione di Mimmo Nasone, docente di religione e storico portavoce di diverse associazioni in Città

«C'è voluto un virus subdolo per riordinare i nostri valori»

di Redazione Web 23/03/2020

di Mimmo Nasone - Solitamente è affollata di turisti e gente proveniente da tutto il mondo. Ma, da qualche giorno, anche Roma, è una città irreale: silenziosa, triste, impaurita. Nelle sue strade, dove notte e giorno giravano miglia di persone chiassose, oggi regna un silenzio che urla. Tutto chiuso: scuole, negozi, chiese, musei. Aperto solo l’essenziale. Il Coronavirus, dalla fine di Gennaio, ha contagiato anche l’Italia provocando tanta sofferenza e dolore e svelando una verità scomoda: l’umanità non è invincibile, anzi è molto fragile. C’è voluto un virus invisibile e subdolo per costringerci a fermarci, forse per rivedere le nostre scelte, per riordinare i nostri valori, per rinnovare le nostre politiche.

In questi ultimi anni, certo, non è mancata la voce degli scienziati, la denuncia di una piccola donna e di tanti movimenti, l’appello di ambientalisti, la supplica di filosofi e di uomini e donne di diverse religioni, affinché, finalmente, potessimo accogliere il grido sofferente di madre terra e dei suoi poveri. Ma non li abbiamo ascoltati. Altrimenti avremmo dovuto rinunciare ai nostri stili di vita, alle nostre conquiste. Anzi i potenti del mondo hanno continuato a sconvolgere gli equilibri di un ecosistema sempre più violentato. E il prezzo più alto di queste scelte lo pagano sempre, e per primi, i più poveri, gli indifesi, gli immigrati, coloro che non hanno ospedali, medici, cibo a sufficienza, case dove isolarsi. In questo clima, con il suo carico di malattia e morte oggi, e di ulteriore povertà domani, una grande testimonianza di umanità ci viene dal coraggioso senso di responsabilità e dal sacrificio di operatori sanitari e sociali impegnati per garantire, soccorso, cura e assistenza negli ospedali e nei centri di accoglienza. Senza dimenticare l’impegno di coloro che continuano a lavorare per la produzione di beni essenziali e per garantire la nostra sicurezza.

In questi giorni così difficili è probabile che Papa Giovanni avrebbe detto che questo virus è un segno dei tempi riferendosi all’insegnamento di Gesù: «Quando si fa sera, voi dite: "bel tempo, il cielo rosseggia"; e al mattino: "Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo". Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?». I terremoti, le epidemie, le guerre, i genocidi, la Shoah, l’Aids, gli tsunami, gli eventi drammatici che accompagnano da sempre la storia ci interpellano ancora: perché? E di chi è la colpa? E ancora: di che cosa i tempi sono segni? E oggi noi dovremmo chiederci: «Qual è il messaggio che il Signore vuole darci con questo segno dei tempi?».  

Papa Francesco, ci indica la via per cercare di rispondere a questo grande interrogativo. «Per capire i segni dei tempi, prima di tutto è necessario il silenzio: fare silenzio e osservare. E dopo riflettere dentro di noi. E pregare…Silenzio, riflessione e preghiera. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci». E papa Francesco ci ha dato un’altra bella testimonianza facendosi pellegrino lo scorso 15 marzo ai piedi di Maria e del Crocefisso venerato nella chiesa di san Marcello: per pregare e riflettere, nel silenzio.

Come cristiani, ma anche come uomini e donne di buona volontà, cercatori di pace e giustizia, di verità e amore, dobbiamo fare nostra la conseguenza di una autentica interpretazione dei segni dei tempi, illuminata, per chi ha il dono della fede, dalla Parola di Dio. I segni dei tempi comportano una chiamata a rispondere, e talvolta indicano il luogo della risposta. Rispondere significa agire. E coloro che rispondono diventano segno per altri.  

Forse don Italo Calabrò non ha seguito l’appello di papa Giovanni, quando ha colto nella povertà e nella solitudine di tanti emarginati del suo tempo, un segno dei tempi? E una volta che lo ha conosciuto e interpretato, con la luce che gli veniva dalla grazia di Dio, forse si è limitato a una comoda contemplazione estetica o a un facile rinvio alle responsabilità di altri per rispondere a quel drammatico grido di aiuto? Sappiamo bene cosa ha fatto don Italo, non da solo e non soltanto con il coinvolgimento dei credenti ma anche con la collaborazione di tante persone buone. Ha risposto con la preghiera, con la condivisione, con la lotta per la liberazione da ogni forma di schiavitù. Consapevole che la vita è dono di Dio, che dobbiamo donare agli altri, la cui meta finale è la vita eterna, don Italo attingeva dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia la gioiosa motivazione del suo donarsi e ci diceva che: «Il vangelo ci richiama, il Vangelo ci sveglia, il Vangelo non ci lascia nel nostro torpore, nella nostra apparente tranquillità». Sono tra coloro che indegnamente era presente quel sabato pomeriggio del 12 maggio 1990. Don Italo il mese prima aveva avuto l’amara notizia della gravità della sua malattia e sapeva che aveva i giorni contati.

Ci radunò a casa sua e ci parlò per più di mezz’ora. Scelse il brano dell’addio di San Paolo, agli anziani di Efeso, una delle pagine più belle dell’apostolo: «Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia.. vi è più gioia nel dare che nel ricevere». Quella sera don Italo ci consegnò il senso della sua vita, di tutto ciò che insieme abbiamo condiviso, e che dobbiamo continuare a condividere, e ci raccomandò di rileggere quel brano assieme al salmo 72 e alla Passione raccontata nel Vangelo di Matteo. Ci fece capire il senso profondo della preghiera: «Anche se non abbiamo sempre dato tanto spazio alla preghiera come momento a sé, credo che abbiamo pregato in tutta la nostra vita. Ogni volta che abbiamo lottato per gli ultimi, ogni volta che ci siamo fatti carico di nuove situazioni, era il Signore che pregava! Abbiamo trovato difficoltà, contrasti, ma sempre abbiamo aperto, abbiamo accolto, abbiamo amato: questa è preghiera!».

La sua parola, accolta da tutti noi in un silenzio che tratteneva il respiro e le lacrime, ci spingeva a cogliere anche le verità più dure della vita cristiana, come il mistero del dolore. «Il Signore non dispensa dal dolore e Dio non ha risparmiato il suo Figlio». E lui, che lo stava vivendo in una forma durissima nella sua carne, portò come esempio una preghiera di Pino, duramente provato: «Dio è fedele alle sue promesse e non alle nostre attese». Ora la promessa di Dio è la vita eterna, il suo amore. «Dio non ha mai detto: siete esentati dalla sofferenza! Anzi dice: chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua». Ecco la gioia della vita cristiana e della Pasqua. Dio è con noi, tutti i giorni della nostra vita, come fu col Figlio suo fin sulla croce.

E sempre don Italo ci aiuta a vivere questi giorni difficili: «Questo deve darci gioia, perché il Vangelo non finisce con la croce; quando lo leggerete, guardate di non finire solo con "e detto questo spirò". Il Vangelo continua: "il giorno dopo il sabato tre donne salirono…perché cercate tra i morti colui che è vivo?". La Croce, non si deve ignorare, è via obbligatoria; però la Croce ha uno sbocco che è la luce della Risurrezione». E in questi giorni, che riusciamo persino a sentire il cinguettio degli uccelli, il fruscio degli alberi e il rintocco delle campane, ascoltiamo anche la voce del Signore che ci chiede di continuare a sperare contro ogni speranza. 

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