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Prima parte dell'intervista in esclusiva a L'Avvenire di Calabria del procuratore capo di Reggio Calabria

De Raho: «La 'ndrangheta cancella la memoria»

di Federico Minniti 10/01/2017

Centro Direzionale di Reggio Calabria, sesto piano. Dalla sua finestra Federico Cafiero De Raho sovrasta il nuovo Palazzo di Giustizia e uno scorcio di Città che si perde verso lo Stretto. Nella sua stanza, coi divani verdi, sono presenti frasi e foto di Falcone e Borsellino. Ci attende al suo pc, a farci strada gli uomini della sua scorta. Il procuratore capo di Reggio Calabria è al lavoro per il maxiprocesso «Gotha», che riunisce le principali inchieste che hanno segnato il lavoro dell’ultimo anno. Una mega-indagine che per la Dda certifica il rapporto saldissimo tra ‘ndrangheta e massoneria.
La prima domanda è proprio sulla massomafia. Perché nasce questo idillio?
La ‘ndrangheta comprese che per poter governare il territorio non aveva bisogno soltanto di una forza intimidatoria, ma doveva occupare posizioni di vantaggio nella società civile. Questo ha determinato l’esigenza di individuare canali in quelle persone che apparentemente costituivano la borghesia della Città e della provincia di Reggio Calabria. Una élite che deteneva il potere economico e politico in cui la ‘ndrangheta è riuscita a “confondersi”.
Ma come è avvenuta questa metamorfosi?
I clan sono sempre stati capaci di nascondersi e mimetizzarsi nella società, muovendosi “a piccoli passi” nella politica criminale. In questo senso la massoneria ha assunto un ruolo fondamentale, perché come rete segreta ha consentito a tanti di assumere posizioni di primo piano.
Probabilmente fino a un certo punto quella borghesia, quella massoneria, ha usato la ‘ndrangheta, quasi come uno strumento.
Poi però qualcosa è cambiato...
Il rapporto con la massoneria è diventato privilegiato per condizionare il potere politico-amministrativo; per questo la ‘ndrangheta non ha partecipato alla strategia stragista di Cosa Nostra pur essendo strettamente legata da affari con la mafia siciliana. Non ne aveva bisogno: la ‘ndrangheta stava bene con le istituzioni.
In ballo c’era una montagna di soldi, quella del narcotraffico.
La cosa interessante è tradurre la quantità degli stupefacenti nella capacità economica della ‘ndrangheta. Fiumi di denaro “utili” alla borghesia. Quel rapporto resta “pulito” grazie alle relazioni massoniche: alle cosche è sufficiente nascondere le proprie ricchezze.
Massoneria e ‘ndrangheta, quindi, sono “solamente” in affari?
Nell’indagine «Mammasantissima» emerge altro. C’è una rete, di livello superiore, che si muove unitamente al vertice della ‘ndrangheta e di essa è emanazione sul territorio.
Quello che è stato individuato è questo organismo costituito da soggetti che occupano posizioni preminenti; sono gli stessi che creano i politici per poterli muovere quasi come “burattini” per essere funzionali ai progetti di chi li ha fatti “crescere”. Chi governa la massoneria o la ‘ndrangheta? In realtà noi pensiamo che quell’organismo di invisibili è fatto della “stessa sostanza” delle ‘ndrine, pur tuttavia apparentemente si differenzi. Non si tratta, infatti, di soggetti che transitoriamente sono collusi, ma che stabilmente sono una propaggine del vertice dei clan.
Alcune figure, però, spiccano per pervicacia della loro azione criminale da quanto si evince dai fascicoli di indagine. Si tratta di quelle “eminenze grigie”, come Giorgio De Stefano e Paolo Romeo.
La ‘ndrangheta riesce a cancellare la memoria dei reggini, perché rispettare tali soggetti (già condannati per concorso esterno ad associazione a delinquere di stampo mafioso, ndr) come se fossero gli unici capaci di sovvertire la situazione economia di una città in crisi, significa essere totalmente intimiditi dalla forza della ‘ndrangheta. Questa cosa, però, non mi stupisce affatto perché è quello che quotidianamente accade in città.
Ossia?
La popolazione è totalmente soggiogata, in concreto non vi è una posizione migliorativa rispetto al passato. Le faccio un esempio: quando arrivai a Reggio Calabria, intervenivo spesso alle manifestazioni promosse dal presidente di Confindustria nel tentativo di far capire che la magistratura era a loro fianco, spiegando loro che però un piccolo passo andava fatto. Li ho invitati a denunciare insieme così che nessuno fosse in pericolo. Ma non c’è stato nulla. Non ho più partecipato a quegli eventi per non correre il rischio di legittimare quelle persone che invece continuano a mantenere i loro buoni rapporti con le persone che contano per avere le loro protezioni. Non è cambiato nulla, le indagini dimostrano in quali condizioni di schiavitù vivono i cittadini.
Forse perché la ‘ndrangheta controlla il mercato del lavoro...
In Calabria non c’è realmente un’economia che non sia sostenuta dallo Stato. Le principali aziende sono quelle edili, che operano nei lavori pubblici. Il protocollo che è stato recentemente firmato dal Comune, dalla Prefettura, dal Procuratore e dal Presidente dell’Anac è finalizzato a garantire che gli appalti per oltre duecento milioni che arriveranno alla Città non finiscano nelle mani dei clan. Lo Stato mantiene la Calabria, quindi dire «la ‘ndrangheta dà lavoro» non corrisponde alla realtà. Il cittadino libero però consente ai clan di appropriarsi di quei fondi.
Eppure nell’operazione «Reghion» si dimostra come parti dello Stato siano organiche al progetto della borghesia mafiosa.
La corruzione fa parte di quel sistema. Un’evoluzione che si muove per gradi: il primo livello è quello della persuasione, poi si passa alla collusione, fino a giungere alla corruzione.
L’ultimo stadio prima dell’intimidazione e della violenza.
Ormai nessuno attende i “metodi tradizionali” per cui si è più propensi ad accettare ricompense o vantaggi.
Negli stralci delle ultime inchieste c’è il passato decennio di storia politica di questa città posto sotto accusa, ma ad ascoltare le sue parole sembra che comunque non sia cambiato nulla.
Non basta arrestare 50-60 persone per disinnescare il meccanismo. Si tratta di un sistema radicato nei vari settori, soprattutto nell’economia e nella politica. Se è vero che è stata individuata la rete relazionale, questa è solo la punta dell’iceberg. La ‘ndrangheta si muove con la condivisione della popolazione; non c’è solo paura. C’è il timore che senza la ‘ndrangheta potrebbe anche andare peggio. Non c’è alcuna convinzione delle proprie capacità; è una città bellissima che non guarda più al suo futuro. Tanti ragazzi sono costretti ad andare via da questa terra perché qui si sentono stranieri.
Ma anche la ‘ndrangheta va al nord...
La ‘ndrangheta non si trasferisce, va a colonizzare. Ma tornano sempre a casa loro. La ‘ndrangheta da qui non si sposta.
Mentre lei è sempre più vicino alla poltrona di procuratore capo di Napoli. Quanto tempo le resta a Reggio Calabria?
Per dedicarmi completamente a questo lavoro non ho portato la mia famiglia qui; questo determina una difficoltà per me; è una cosa che ho fatto e continuerei a fare con grande amore per il territorio. Se il Consiglio Superiore della Magistratura dovesse accogliere la mia domanda, mi auguro con tutto il cuore che arrivi qualcuno che sia capace di non “confondersi” con la gente fin quando questa non capisca da che parte stare.

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