accedi | registrati | 2-6-2020

Il dottor Sebastiano Macheda ci conduce tra le corsie maggiormente esposte all'emergenza Coronavirus in riva allo Stretto.

Covid-19, il primario di Rianimazione: «Triplicati i posti-letto»

Oltre la grande professionalità, si respira un mare di umanità: «Quant'è difficile accompagnare quei pazienti da soli nell'ora più difficile»

di Federico Minniti 27/03/2020

Siamo entrati all'interno del reparto di Rianimazione del Grande Ospedale Metropolitano. Il dottor Sebastiano Macheda, che ne è il primario, ci conduce tra le corsie maggiormente esposte all'emergenza Coronavirus in riva allo Stretto. Tra le note liete, oltre un trend di ricovero al momento tollerabile, c'è che nessun medico, infermiere e operatore socio-sanitario è risultato positivo ai tamponi effettuati. Ma oltre la grande professionalità, si respira un mare di umanità: «Quant'è difficile accompagnare quei pazienti da soli nell'ora più difficile».

Dopo un timido segnale di decrescita, nelle ultime 24 ore sono tornati a salire i numeri dei nuovi contagiati da Covid-19. Cosa vi dicono i dati a vostra disposizione rispetto al trend esponenziale che caratterizza la diffusione del Coronavirus? Dobbiamo prepararci al picco?

I numeri aumentano perché crescono anche i controlli; da poco è attivo anche il Laboratorio di via Willermin per cui è chiaro che isoleremo sempre più soggetti positivi. In realtà, il numero dei ricoverati si sta mantenendo in un trend di stabilità: in atto abbiamo 6 pazienti ricoverati in terapia intensiva che ovviamente sono i più critici che si uniscono ai pazienti ricoverati in Pneumologia e Malattie Infettive che pur essendo sintomatici, possono essere gestiti con modalità non invasive. Tutto sommato, non ravvedo nella crescita di questi numeri qualcosa di cui preoccuparsi. Piuttosto la possibilità di poter sottoporre più popolazione ai tamponi è un fatto positivo perché questo ci consente di rendere ancora più stringente le misure applicate sul territorio. Rispetto al picco, è vero che era stato previsto per questo weekend, ma al momento - ribadisco - siamo all'interno dei trend previsti.

Come diceva, sono 6 casi di ricoveri in terapia intensiva. Quali sono i casi che arrivano nel vostro reparto? Come li state curando? State già utilizzando il nuovo farmaco indicato dall’Aifa?

Per fare una panoramica attuale del reparto di Rianimazione: 5 dei pazienti ricoverati attualmente in terapia intensiva presentano una situazione abbastanza critica; mentre il sesto non è stato mai intubato. Rispondendo alla sua domanda circa l'utilizzo del Tocilizumab, possiamo affermare che il nostro reparto sin dall'inizio ha adottato questo protocollo. Lo ha fatto, però, con spirito critico. Mi permetta una digressione: è recente, proprio di ieri, l'arrivo di nuove raccomandazioni da parte della Simit (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali). In tutta franchezza, avevamo avuto delle perplessità dell'uso dell'antivirale nelle prime fasi, a tal punto di averne sospeso l'uso e applicato soltanto più avanti nel trattamento. Personalmente, permane un forte dubbio su questi cocktail di farmaci anche perché, in realtà, esiste un farmaco che funzionerebbe sul quale è in atto una sperimentazione (e pertanto è impossibile utilizzarlo al momento dalle strutture sanitarie) che è il remdesivir, un antivirale della Gilead. 

Su questo aspetto, recentemente il prof. Lopalco, noto virologo italiano che guida la task force della Regione Puglia, ha detto che sono sperimentazioni poco efficaci e che, anche quando calerà la curva del contagio, gli italiani non potranno tornare agli stili di vita di prima. Lei, in virtù della sua esperienza sul campo, concorda?

Basta guardare quello che sta avvenendo in Cina; lì la gente esce per strada, ma con le mascherine. Il Coronavirus durerà parecchio, è inutile illudersi diversamente, ed è probabile che gli stili di vita, dopo il passaggio della fase più acuta di questa semi-catastrofe, per un periodo cambieranno. Non torneremo alla completa normalità in tempi brevi.

Dai dati in nostro possesso, a Reggio Calabria, oggi il 5% dei contagiati è ricoverato in terapia intensiva. C’è un limite massimo di casi “tollerabili” prima che si collassi la struttura sanitaria?

Abbiamo un vantaggio da non disperdere: bloccare la gente a casa quando ancor il virus circolava pochissimo. Il colleghi del Nord si sono trovati ad affrontare in una volta un numero impossibile da trattare. Hanno dovuto triplicare le terapie intensive in pochissimo tempo. La possibilità di evitare che reggini e calabresi fuorisede rientrino a Reggio e in Calabria è fondamentale: dai nostri dati, tutti i casi che abbiamo avuto c'è una stretta connessione con arrivi dal Settentrione. L'azienda ospedaliera sta lavorando uno step alla volta: il massimo che potremo contenere è 50 posti-letto di Terapia intensiva. Attualmente, giusto per comprenderci, abbiamo una disponibilità di 14 posti di cui 9 sono già dedicati esclusivamente alla cura del Covid-19. Nel blocco operatorio sono già disponibili altri 10 posti attrezzati con ventilatori e monitor. In una fase ancor più critica è prevista lo sviluppo di un'ulteriore ampliamento fino ad altri 36 posti. Ovviamente ci auguriamo di non arrivare mai a questa situazione. 

Parliamo di dispositivi di sicurezza. Come è la situazione per il personale in forza al Gom? Siete tutti “protetti”? C’è stato qualche caso di medico risultato positivo come accaduto largamente nel Nord del Paese?

A Reggio Calabria, non c'è alcun caso di personale medico e sanitario che è risultato positivo al tampone al quale ci siamo tutti sottoposti. Rispetto ai dispositivi, all'interno dell'area Covid siamo tutti dotati di dispositivi di sicurezza. È vero, dobbiamo agire con estrema parsimonia, ma ci sono le mascherine Fp3 che sono le uniche che ci consentono di poterci avvicinare ai positivi: dentro la Terapia Intensiva c'è una presenza costante per 24 ore al giorno. Posso garantire che chiunque entra, lo fa in modo protetto.

C’è chi invoca tamponi a tutti. Lei cosa ne pensa?

Per allargare la possibilità di sottoporre quante più persone ai tamponi, pare che anche l'Asp si stia muovendo. Ci sono stati casi di pazienti che hanno telefonato da casa che non sono stati controllati: finalmente si è capito quanto è importante sottoporre questi soggetti ai tamponi. Ma fino, ad oggi, tutti gli esami sono stati condotti dal centro ospedaliero di Microbiologia, condotto magistralmente dal dottor Marco Conte, con un numero di personale ridottissimo. Se funzionasse la medicina del territorio sarebbe stato un ottimo supporto, ma parliamo di problemi atavici e adesso, oggettivamente, è inutile pensarlo. Forse un aiuto potrebbe arrivare dai testi rapidi...

A tal proposito, diversi esperti, tra cui il prof. Pellicci, stanno chiedendo al Governo di cambiare rotta rispetto alla strategia diagnostica.  

Io le aggiungo che il reparto di Microbiologia ne aveva già fatto richiesta da un paio di giorni. Avere il risultato in un'ora è un conto rispetto a dopo cinque sei ore. Non è solo questo l'unico «scatto in avanti» che come ospedale stiamo cercando di fare: sull'uso del Tocilizumab abbiamo chiesto di poter dosare l'Interleuchina 6 che è uno dei mediatori più importanti che determina quella tempesta citochimica che provoca questo quadro del Covid-19.

C'è un clima di rinnovata fiducia nei confronti delle strutture sanitarie in Città. Come se lo spiega?

Molte persone hanno preso contezza di quello che è il lavoro degli anestesisti rianimatori. Mi creda, non sempre conosciuto nella sua importanza: adesso, la gente ha imparato l'importanza del lavoro di questa équipe. Secondariamente, va evidenziato come la politica di tagli portata avanti sinora sia stata evidentemente scellerata: mancano anestesisti e non ce ne sono tanti in giro. Le scuole di specializzazioni hanno avuto un numero sempre più basso di borse di studio. L'assenza di una programmazione negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, a cui va aggiunto il fatto che le strutture sono vecchie, concepite lontanamente dagli standard di qualità richiesti. Oggi la gente ha preso coscienza di questi problemi che sono colmati dalla grande professionalità di chi opera quotidianamente. L'ha capito a tal punto che si sono moltiplicati i gesti di generosità per i quali mi sento di ringraziare la cittadinanza reggina.

Tornando alla vita di reparto. Come vive il fatto che, il Covid-19, porta a delle morti solitarie, che oggi non possono ricevere alcun conforto, neanche religioso.

È un aspetto drammatico. Siamo abituati a una comunicazione costante coi familiari dei ricoverati. Quant'è difficile accompagnare quei pazienti da soli nell'ora più difficile ancor più nel comunicarlo ai propri cari soltanto telefonicamente. Viviamo una situazione penosa e difficile per tutti noi. 

***

Emergenza Covid-19. L'annuncio di Ruvolo (ProCiv), a breve una "casa" per i senza fissa dimora. L'intervista digitale, oltre al confronto col dottor Macheda, dal minuto 27:36, ha registrato anche l'intervento del Consigliere comunale di Reggio Calabria, delegato alla Protezione Civile, Antonio Ruvolo (clicca quì per approfondire).

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