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L’invito ai sacerdoti «Accompagnate alla conversione»

Salvare i ragazzi dalle cosche: «Toglieteli alle famiglie»

di Federico Minniti 12/01/2017

De Raho è un magistrato di lungo corso. Prima alla Procura di Milano dal 1977 al 1984 anno in cui torna a Napoli, sua città natale, fino al 2013 sgominando il clan dei casalesi, capeggiati da Schiavone e Bidognetti. Nel parlare della sua esperienza a Reggio Calabria usa un tono asettico, velato da una tristezza per l’incapacità di reazione dei reggini. «Ogni anno sequestriamo quasi un miliardo di euro di beni alle ‘ndrine, ma sembra inutile», ci dice.
Eppure c’è un unicum nella giurisdizione italiana che registra grandi risultati proprio a Reggio: le misure preventive.
«Rappresentano lo strumento che ha prodotto i maggiori risultati dal punto di vista della sottrazione delle ricchezze mafiose; – ci dice il procuratore – circa il 90% dei beni sequestrati deriva proprio da questo lavoro straordinario per individuare i patrimoni di ‘ndrangheta».
Un’attività di indagine che, sentendo le parole di Cafiero De Raho, appare quasi elementare. «Quante volte notiamo una persona che gira con auto di lusso o vive in ville sfarzose, ma non ha un lavoro.
Quei soldi per forza da fonti illecite devono arrivare; la ricerca meticolosa della Guardia di Finanza e delle altre polizie giudiziarie hanno portato a scovare ingenti fiumi di denaro».
I clan si stanno trasformando in holding criminali. Una forza stritolante, soprattutto, per quanti nascono in una famiglia di ‘ndrangheta.
«Quando ci sono giovani che hanno il padre ai vertici di una cosca, spesso latitante per anni, quale possibilità c’è di recuperare quel minore mantenendolo in quell’ambito familiare?». Quindi che fare?
«Se vogliamo sconfiggere davvero le ‘ndrine, dobbiamo pensare a un futuro alternativo per questi giovani. Purtroppo per tanti essere ‘ndranghetista è l’unica opportunità che gli viene riservata. Nessuno gli ha offerto mai la possibilità di cambiare: ma questi giovani possono cambiare. Se gli consentisse di andare altrove, sostenendo un percorso formativo secondo le loro inclinazioni naturali». Cafiero De Raho ci porge anche un esempio: «Una ragazza, figlia di ‘ndrangheta, fu tolta ai familiari e inibita nei rapporti con loro per un anno. Fu assegnata a una casa di moda. Talmente era alto il suo desiderio di lavorare in quell’ambito che quando la madre per la prima volta la vide si accorse che la figlia fosse davvero cambiata e fu lei stessa felice. Non richiese più il ritorno della figlia a casa».
Ma in tutto questo la Chiesa come può supportare la Procura nel tentativo di debellare la ‘ndrangheta?
«Tanti sacerdoti svolgono un lavoro straordinario che dimostra come tra la Chiesa e il male c’è un abisso.
Basterebbe muoversi nella direzione tracciata da Papa Francesco nel non essere mai ambigui; non far credere che la Chiesa è pronta a perdonare solo per una manifestazione esteriore. Non basta “un atto di dolore” per lavare la coscienza di chi continua ad essere un uomo di ‘ndrangheta.
I sacerdoti devono fare uno sforzo di questo tipo: devono dire apertamente che c’è la possibilità di cambiare. Ho letto tanti sfoghi in cui uomini di ‘ndrangheta e di camorra che si sentono uomini soli e che non riescono ad “uscire fuori” da quel contesto che li ha portati a distruggere sé stessi e la propria famiglia. La Chiesa, i sacerdoti devono far comprendere ai criminali che esiste un’alternativa a quella vita malavitosa»

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