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Giunto in Italia nel 2016 è stato accolto a Reggio Calabria, città che lo ha supportato nel suo inserimento nel Paese

Dai barconi al Covid, ma il sogno di Jibril continua (e insegna)

di Redazione Web 08/04/2020

di Erika Polimeni * - In questi giorni, mentre tutti cantavano a squarciagola dai balconi, mentre tutti si mostravano nelle dirette Facebook, mentre tutti urlavano «Ci siamo, eccoci, siamo noi, con le nostre voci, le nostre emozioni, la nostra voglia di gridare al mondo che…», io ho cercato di fare silenzio. Ho approfittato del dovere di stare a casa per mettere un po’ ordine. E, fra i documenti disordinati, ho ritrovato un vecchio articolo, attuale oggi più che mai, sull’importanza di coltivare sogni. Coltivare sogni è come coltivare la terra: si fa in silenzio, li si sceglie con cura - come si fa con i semi -, si prepara il terreno, ci si sporca le mani ci si prepara all’attesa.

L’articolo che ho riletto con piacere è quello di Jibril, il sognatore arrivato minorenne in Italia dal Gambia il 29 maggio 2016; sbarcato in Italia tenendo stretto in mano un sogno, determinato a realizzarlo, oggi Jibril è un giovane uomo. È stato grazie al costante pensiero di questo sogno che si è dato tanto da fare in questi anni. Ha subito imparato a parlare in italiano grazie alle lezioni del Centro di Primissima Accoglienza di Archi. Si è diplomato con ottimi risultati presso l'I.T.I.S. di Oppido Mamertina, nella Provincia di Reggio Calabria. Oggi, anche grazie alla borsa di studio “La Banca dei sogni” finanziata dal gruppo Scout Reggio Calabria 15, studia a Torino “Global Law and Transnational Legal Studies”.

Jibril ha imparato a farsi spazio nel mondo, grazie al suo carattere forte e determinato; con il suo modo di fare affabile e sicuro di sé. Mi ha scritto di recente e ho trovato preziosissime le sue parole. Ed è bello quando sono i più giovani a sottolineare ciò che è giusto oggi. È importante la testimonianza di Jibril che ha saputo attendere, ha saputo affrontare enormi difficoltà nella sua vita. Oggi per noi è quasi una tragedia, paradossalmente, che ci chiedano di stare a casa, al sicuro.

Quando, forse, dimentichiamo che per tanti nostri fratelli la terra ferma, la casa, è il luogo più sicuro. Lontano dalle guerre, lontano dal mare che tutto dona, tutto toglie. Ci siamo confrontati con Jibril su quanto stia accadendo nel mondo. Jibril ha definito il problema del “Covid-19” come una “Global Commercial War”, una guerra commerciale globale. Ho chiesto di spiegarsi meglio. “Lo chiamo guerra commerciale perché la maggior parte delle persone con Covid-19 in Italia sono state contagiate in luoghi “commerciali”, luoghi pubblici, servizi di trasporto, mercati aperti, ristoranti e bar. Questa pandemia sta prendendo la vita anche di persone lontane da loro. E il mondo subirà nuovi riassetti economici e sociali inimmaginabili.”

Mi ha raccontato che lui è solo, a Torino. Senza nessuno. Senza famiglia. Solo, come chi entra in questi giorni in terapia intensiva. Solo, come chi affronta il mare. Come tutti gli uomini e le donne sole che si trovano costretti ad affrontare una strada verso l’ignoto, con la speranza di sopravvivere al “viaggio”, con il desiderio che il sole torni a splendere sui loro volti. Con sacrificio, dedizione e fatica, Jibril sta portando avanti il suo sogno. Sì, lo ammette: “Ho paura di quello che sta accadendo in Italia. Ma rispetto le regole e resto a casa. Perché voglio essere un esempio per gli altri. Vorrei farmi sentire, raccontare a tutti che questa battaglia -rispettando le regole, senza uscire se non in caso di stretta necessità- la possiamo vincere. Ho affrontato difficoltà ancora più grandi. Non vivo in una comunità. Non faccio parte di un gruppo. Non ho una famiglia. La maestra Barbara (Capo Scout del Gruppo Reggio Calabria 15 e volontaria del Centro di Primissima Accoglienza di Archi, N.d.R.) e alcuni altri amici in Calabria sono la mia famiglia italiana. Siamo lontani ma vicini.” Non si lascia convincere dalle bufale che girano sui social, le emozioni provate quando è partito dalla sua terra per arrivare da noi, in Italia, lo hanno temprato.

Ascolta con attenzione i rapporti dell’OMS e ha capito subito quanto sia importante restare a casa. Me lo ripete in continuazione. Sì, siamo umani, abbiamo bisogno di vederci, di guardarci negli occhi e non tramite uno schermo -cosa di cui quando potevamo farne a meno abusavamo- ma bisogna al momento trovare alternative alle nostre abitudini (andare al bar, trascorrere una serata in compagnia, frequentare l’università). «Trovo terribile questo allontanamento sociale ma, al momento, è l’unica soluzione. La medicina è l’unica protezione. Ma tutti dobbiamo fare la nostra parte per vincere. Solo uniti e con il buon senso ne usciremo fuori. In fondo, stare a casa è come stare protetti sotto un ombrello!» Mi piace questa metafora. Già, quando smetterà di piovere e avremo sconfitto la battaglia contro il Coronavirus saremo uomini e donne diverse.

Quando smetterà di piovere ci toglieremo questi vestiti bagnati, guarderemo i danni della pioggia – come i danni che crea, a volte, al raccolto una pioggia improvvisa e inaspettata – e recupereremo quanto più potremo recuperare. Capiremo che non tutto sarà distrutto, nonostante tutto sarà cambiato. Rimarrà la tenacia dei sognatori, che è ben più forte delle miserie umane…

* Scout Archi

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