accedi | registrati | 15-8-2020

Spunti e pensieri in questo tempo di silenzio e discernimento

Alcune riflessioni su questo momento del docente di teologia dell'Istituto Teologico Calabro “S. Pio X” di Catanzaro

di Giuseppe De Simone * 09/04/2020

Da alcuni giorni sto pensando al fatto di mettere su carta ciò che vado riflettendo. Si è vero stiamo vivendo e vivremo un tempo di Quaresima assai particolare e una settimana santa ed una Pasqua altrettanto singolare, “altra” e diversa, ma penso che il Signore – per noi che crediamo ed abbiamo una prospettiva di fede - ci stia parlando ed educando anche in questo tempo di prova, di paure, preoccupazioni, un “kairòs” di grazia e di salvezza che ci invita a non uscire fuori, ma rientrare in noi stessi, secondo l’invito sempre valido ed attuale di S. Agostino nelle sue Confessioni, a fermarci, a fare silenzio e a verificare la nostra vita di uomini, donne, cristiani, preti ed operatori pastorali, per cogliere in noi stessi la verità, l’essenza vera della nostra fede, «l’essenziale che è invisibile agli occhi», come leggiamo nel bel racconto del Piccolo principe, i valori essenziali, sempre belli e veri della nostra vita umana e cristiana.

Insomma a fare discernimento, per intravedere quale è la strada da battere dopo che questa fase - così delicata e difficile della nostra vita, ma anche dell’umanità intera, nonché, mi sembra, delle nostre Chiese cristiane - sia trascorsa o almeno rallentata e gestita in modo alquanto umano e vivibile. Mi è piaciuta molto la bella e profonda riflessione filosofico-teologica, apparsa domenica 5 aprile 2020, p. 28, sul nostro quotidiano cattolico Avvenire (vademecum prezioso e fedele e non solo in questo tempo!) del sacerdote e teologo cattolico ceco Tomàs Halìk: «Questo è il momento di prendere il largo».

Egli partendo da ciò che l’Europa aveva vissuto lo scorso anno prima di Pasqua, nelle circostanze un po’ strane dell’incendio della maestosa e solenne cattedrale di Notre-Dame a Parigi, ricollegava questo evento catastrofico al fatto che «in centinaia di migliaia di chiese di diversi continenti, nonché in sinagoghe e moschee, non si svolgono funzioni». E vedeva in questo «come se fossero un segno e una sfida provenienti da Dio». Potrebbe essere questo un appello di Dio «che è amore umile e discreto» per noi, «una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo».

Questo tempo - che mi appare come una “Quaresima” di verifica e di discernimento per tutti noi - ci chiede di tornare a valutare le cose belle, semplici, ma profonde della vita quotidiana: la bellezza di un’alba o di un tramonto, la limpidezza e la bontà dell’acqua che scaturisce da una sorgente, il sapore fragrante del pane fresco, l’importanza di uno sguardo e di un sorriso, la delicatezza e l’impegnativa importanza di una stretta di mano o di un abbraccio, la fedeltà al nostro lavoro manuale, professionale o casalingo … e così via.

La nostra vita è il miglior capitale da investire non solo per noi, ma per il prossimo, per l’umanità intera, per “la vita” del mondo, per la Chiesa, comunità di fratelli e sorelle, perché - come più volte ha avuto modo di affermare papa Francesco – se non viviamo per servire non serviamo a nulla! Tanti operatori sanitari, medici, infermieri, volontari, amministratori, sacerdoti, suore, uomini e donne della nostra Italia e di vari continenti ci stanno insegnando proprio questo.

Il card. Carlo Maria Martini, parlando delle catastrofi naturali nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme, così diceva: «Ho constatato più volte, tuttavia, che proprio questo male risveglia molte forze positive. I giovani si svegliano e affermano: voglio aiutare. Non è una spiegazione soddisfacente, ma intuiamo che dalla sofferenza possiamo imparare molto».

La vita si spende in due prospettive o dimensioni - ci insegnava ancora il grande Agostino nella sua meravigliosa ed intramontabile Città di Dio - ripreso anche qui da Halìk, o come amore di se stessi (amor sui), «chiuso alla trascendenza», o come amore di Dio (amor sui), «l’amore che fa dono di sé e così trova Dio». E qui il cuore – a me sembra - della riflessione del sacerdote-teologo: «Questo nostro tempo di cambiamento a livello di civiltà non chiede forse una nuova teologia della storia contemporanea e una nuova visione della Chiesa?».

Questo tempo ci chiede, forse, di ritornare all’essenziale della fede cristiana e della sua pratica sacramentale, rivedendo a volte o spesso il nostro banalizzare i riti e le celebrazioni, moltiplicandoli senza necessità e non programmando quella giusta razionalizzazione ed incisività pastorale? Non ci chiede di verificare la verità e la validità di diversi riti e manifestazioni religiose ed anche civili che, forse, non parlano più alla nostra vita e alla nostra storia? Dopo questa esperienza, così grave e dolorosa per l’umanità e per ciascuno di noi non si tratterà, forse, anche di “ripensare o rimodulare” la nostra stessa pastorale?

Come mettere in atto una pastorale di prossimità, di una “Chiesa in uscita” e missionaria, dal momento che dovremo fare i conti sempre di più, anche dopo questa emergenza, con la “distanza sociale” e con tutte le precauzioni, che probabilmente saranno da tenere presenti anche in tempo di normalità? Quale spazio ed utilizzo dovremo e potremo dare ai vari social, ai media in generale, di cui ci si sta abbondantemente servendo in questo periodo?

Come nella scuola e nelle università si parla di “didattica a distanza”, si potrà parlare anche di “pastorale a distanza”, senza contraddire la pastorale stessa? Come sensibilizzare e favorire sempre meglio la difesa dell’ambiente e la salvaguardia del creato? Come recuperare per noi, per la vita della Chiesa ed anche per le nuove generazioni “i tempi dello spirito e di deserto”, il valore del silenzio, della preghiera e della pratica meditativa?

Tutte domande che ci poniamo e potremmo porci per un discernimento personale e comunitario, anche all’interno ed in vista di un “cammino sinodale” delle nostre Comunità, a cui siamo da un po’ di tempo richiamati anche dalla Chiesa italiana e dalle nostre Diocesi. Domande che richiedono riflessione, confronto, apertura d’animo, di mente e di cuore, visione ecclesiale e pastorale ad ampio respiro, anche in comunione e collaborazione con le altre Chiese cristiane e le altre espressioni religiose.

Insomma questo tempo di silenzio e di discernimento potrà servire senz’altro a tutti e a ciascuno, perché il mondo, la società, la Chiesa possano rinascere e intraprendere con impegno, sacrificio e gioia la strada che conduce – come auspicava il fondatore e pioniere del nostro quotidiano Cattolico “Avvenire”, il Beato Papa Paolo VI – alla costruzione della «civiltà dell’amore!».

* docente di teologia nell'Istituto Teologico Calabro “S. Pio X” di Catanzaro

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