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L'omelia del presule reggino alla veglia di preghiera per le vittime di mafia

Lotta alla 'ndrangheta, Morosini: «Denunciamo con coraggio»

di Raffaele Iaria 14/01/2017

«Non basta far memoria delle vittime di mafia se non si interviene sulla formazione per poterci muovere con verità e responsabilità. Non basta riunirsi per un momento di preghiera per poi tornare a casa soddisfatti per aver dato il nostro contributo». Davanti alla Madonna della Consolazione nella Basilica dell’Eremo l’arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, Giuseppe Fiorini Morosini lancia dei moniti chiari per una società diversa che metta al centro la persona umana. L’occasione è la Veglia di preghiera per le vittime della ‘ndrangheta e il risveglio delle coscienze, promossa dai religiosi e religiose dall’arcidiocesi calabrese con al centro una pericope del salmo 85: «Giustizia e pace si baceranno». Il presule ha invitato ad andare oltre le «le belle parole e le frasi a effetto che lasciano il tempo che trovano» ma occorre assumere «le nostre responsabilità di credenti, convinti che giustizia e pace vanno collocate nel contesto della predicazione evangelica». «Noi onoreremo le vittime di ‘ndrangheta se avremo il coraggio di denunciare e di educare alla denuncia», ha detto Morosini, sottolineando che la società civile deve fare ulteriori passi, evidenziando che «paura e disinteresse rendono vuoto il sacrificio delle vittime che noi commemoriamo e ritardano sine die la soluzione del problema». Ogni azione anti ’ndrangheta, «anche la nostra», ha detto il presule, deve «lasciare un segno nella coscienze e deve convergere verso un unico obiettivo, che è quello di mettere un piccolo tassello per creare quelle condizioni nuove all’interno delle quali la criminalità organizzata non possa trovare terreno fertile per crescere indisturbata». Ecco l’importanza della formazione di ragazzi e di giovani all’interno delle strutture educative delle comunità parrocchiali: «la formazione delle coscienze è il nostro specifico spazio di azione: qui dobbiamo svolgere la nostra azione ed è dai risultati di questa educazione che siamo giudicati se la nostra azione è efficace ed è positiva». L’arcivescovo reggino ha poi rimarcato le tante volte in cui i media sbattono in prima pagine il «mostro di turno, prima ancora che la giustizia abbia fatto il suo corso. Sono le vittime dell’antimafia. Dobbiamo educare alla ricerca della verità per lottare contro la cultura a senso unico del pensiero dominante». Non c’è pace se non c’è giustizia nei popoli. Ecco perché l’educazione alla fede «non può essere staccata dall’educazione alla vita, alla cittadinanza, alla legalità. Per cui noi stessi dobbiamo convincerci che il male va denunziato e poi la stessa cosa va detta anche a chi ci è stato affidato per la sua formazione morale: la denuncia del male è un obbligo morale che non può essere disatteso». Durante la veglia, alla quale hanno partecipato fedeli, autorità, sacerdoti, religiose e religiosi anche la testimonianza di Mario Nasone, impegnato da anni sul fronte della legalità e alla guida del Centro Comunitario “Agape”. Dopo aver ricordato il sacerdote reggino, Italo Calabrò, che intrecciò la sua azione pastorale nell’impegno contro la povertà per contrastare la ‘ndrangheta, ha rimarcato il bisogno di «testimoni cristiani e coerenti della nostra fede, cristiani con la schiena dritta come don Calabrò, don Diana, don Puglisi che «hanno scelto da che parte stare».

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